È giunto il tempo per un «focus racket»

«21.532 persone controllate, 33 soggetti deferiti all’Autorità Giudiziaria, 13 soggetti arrestati in flagranza, 16 sequestri penali, 50 sequestri amministrativi, 1 fermo di indiziato di delitto, 275 sanzioni amministrative elevate, 1.571 controlli domiciliari e 183 perquisizioni sul posto, sono stati altresì controllati 6.154 veicoli e contestate 4.555 violazioni al codice della strada» Non finisce qui. «Oltre ai controlli sui territori ad alta sensibilità criminale e nei confronti di soggetti a rischio, le pianificazioni hanno riguardato i settori del commercio e del gioco illegale, i fenomeni di abusivismo, le attività di estrazione e movimento terra, di rottamazione e di raccolta del ferro e del rame, i tagli dei boschi, le occupazioni abusive di alloggi popolari, gli allacci abusivi alle reti idriche ed elettriche». È il bilancio settembrino divulgato dalla Prefettura di Reggio Calabria, relativo a Focus ‘ndrangheta, piano d’azione nazionale e transnazionale varato dal Viminale. Dal Palazzo di governo fanno sapere che «si tratta di un considerevole impegno, aggiuntivo rispetto alla complessa attività istituzionale ordinaria, che vede protagoniste le Prefetture della regione e le Forze di polizia, teso ad arginare e contrastare la ‘ndrangheta in quella che appare essere la chiave di volta del suo potere illecito, ovvero il controllo criminale del territorio». E proprio su quest’ultimo versante («il controllo del territorio»), sul quale si gioca il destino presente e futuro di uomini e territori non solo della punta dello stivale, riteniamo che una volta esaurita l’azione di Focus ‘ndrangheta, o in aggiunta, venga posta in essere un’incisiva e capillare azione contro il racket delle estorsioni. Che continua ad operare imperterrito, nonostante Focus ndrangheta. A squarciare il silenzio su questa ancestrale forma di «controllo del territorio» da parte delle ‘ndrine, non sono solo i boati notturni ma le molteplici indagini avviate e concluse con l’esecuzione di decine e decine di arresti e condanne passate in giudicato. La procura locale continua a rilevare richieste di sottoscrizione di «assicurazione» ai vari esercenti da parte di emissari della ‘ndrina del quartiere per poter lavorare senza intoppi (furti, danneggiamenti, rapine, etc). Se è vero che questo odioso balzello imposto dall’antistato viene comunque “scaricato” sul costo finale del prodotto e quindi sempre a carico della collettività, è pur vero che le somme drenate, al netto degli «stipendi» ai «manovali», permettono nel volgere di pochi mesi (dipende anche dal numero di esercizi commerciali nel «territorio di giurisdizione») l’accantonamento di somme considerevoli che generano la commissione di ulteriori reati da cui scaturiscono profitti illeciti (usura, acquisto e cessione di stupefacenti, etc). Il cosiddetto libero mercato non esiste, diventa utopia, tutto è «drogato». Contesti del genere non sono appetibili agli occhi di alcuno, men che meno di investitori nazionali e stranieri. A Capo d’Orlando, a Palermo (con addio Pizzo) si sono create sinergie tra territorio, istituzioni, associazioni, forze dell’ordine, che hanno permesso di contrastare la morsa del racket. A Reggio Calabria?

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