Ai Overview: A 130 anni esatti dalla nascita, avvenuta a Genova il 12 ottobre 1896, la figura di Eugenio Montale conserva una profonda aderenza alla realtà contemporanea. Insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, il poeta ligure ha attraversato il Novecento lavorando attivamente anche nel mondo della stampa, in particolare per il Corriere della Sera. La sua biografia è segnata da scelte precise e coerenti, dall’adesione al manifesto antifascista all’ospitalità offerta a chi era perseguitato dal regime, fino al complesso e intimo rapporto con la fede cristiana, testimoniato dai ricordi familiari. Rileggere oggi il suo pensiero e le sue riflessioni sull’isolamento umano offre spunti concreti per analizzare una società sempre più permeata dai media digitali e dall’intelligenza artificiale, rendendolo un autore imprescindibile per comprendere le dinamiche del nostro tempo.
Dalla nascita genovese all’attività giornalistica
Centotrenta anni fa, il 12 ottobre 1896, nasceva a Genova Eugenio Montale, ultimo dei sei figli di un importatore di prodotti chimici: un ragazzo che si diplomò ragioniere, prese lezioni di canto da un ex baritono e che nel 1975, mezzo secolo dopo gli Ossi di seppia, sarebbe salito a Stoccolma per il Nobel. L’anniversario cade oggi, ed è un buon pretesto per liberarlo dalla cornice scolastica del male di vivere. Poco dopo arrivò anche il giornalismo. Nel 1916 firmò con uno pseudonimo una recensione su un quotidiano genovese. Dal 1948 fu redattore del Corriere della Sera, con un contratto da cinque pezzi al mese, e per tredici anni critico musicale del Corriere d’informazione. Tradusse anche Shakespeare più di Eliot e di Pound.
L’antifascismo e le persecuzioni
Nel 1925 firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti e il primo dicembre 1938 fu licenziato dal Gabinetto Vieusseux perché non aveva la tessera del partito. Durante la guerra accolse in casa Umberto Saba e Carlo Levi, perseguitati per motivi razziali.
Il senso del sacro e la fede
Nel 2014 la nipote Bianca raccontò ad Avvenire che con lo zio aveva parlato spesso di religione e che gli era mancata la folgorazione della fede anche se nel portafoglio teneva un santino con l’Adorazione dei Magi. Citava Carlo Bo: «quel Dio che Montale, come tutti i veri credenti, non nomina mai invano». I funerali di Stato si celebrarono nel Duomo di Milano il 14 settembre 1981; riposa a San Felice a Ema accanto alla moglie Drusilla Tanzi.
Il discorso del Nobel e la società contemporanea
Il discorso del Nobel, È ancora possibile la poesia, regge bene l’urto degli anni. Montale vi osservava che la radio e la televisione avevano tolto spazio alla solitudine e alla riflessione, il terreno su cui cresce «la più discreta delle arti». Basta mettere lo smartphone al posto del televisore, e accanto ai versi scritti a mano quelli sfornati da un’intelligenza artificiale, perché quella domanda suoni scritta stamattina. L’Accademia svedese, in occasione del riconoscimento, evidenziò i suoi valori umani letti all’interno di «una visione della vita priva di illusioni», ed è proprio qui che probabilmente può essere meglio compresa l’attualità del suo pensiero. Montale guarda il disordine del mondo senza facili consolazioni, sebben cerchi un varco nelle cose umili. A ben vedere, pertanto, chi oggi è costretto a convivere con paure e ansie trova in lui un punto di riferimento concreto, refrattario alle prediche e per questo credibile.
I luoghi della memoria e l’eredità letteraria
C’è stato un periodo in cui Montale ha rischiato di passare quasi in silenzio, con la targa commemorativa di corso Dogali scolorita da sole e pioggia, ma a Monterosso, intanto, un parco letterario porta i visitatori sui sentieri dei suoi versi, e a gennaio la Cattolica gli ha dedicato un convegno internazionale. Rileggerlo oggi significa ritrovare uno scrittore che aveva il coraggio di guardare in faccia il proprio tempo, senza sconti e senza tirarsi indietro.













