Avvenire di Calabria

Per la Chiesa locale il pastore è «principio e fondamento come lo il Papa per la Chiesa universale»

Monsignor Vittorio Mondello: «Fede e magistero, ecco chi è il vescovo»

di Vittorio Mondello *

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I documenti del Concilio Vaticano II ci dicono nella Lumen Gentium che il vescovo deve essere il «principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa particolare come il Papa è principio e fondamento visibile della Chiesa universale». Il vescovo nella sua diocesi è il principio e fondamento visibile della Chiesa. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che il compito primario del vescovo è quello di creare la comunione, l’unità tra i membri della comunità perché possano amare Cristo, possano amare Dio, amarsi tra di loro e annunziare questo amore nel mondo agli uomini ai quali sono inviati.

Anche del rapporto tra il vescovo e i sacerdoti della diocesi da lui guidata ce ne parla il Concilio Vaticano II, nel numero 7 della Presbyterorum Ordinis in cui si evidenzia che il vescovo deve essere «padre, fratello, amico dei presbiteri», perché in realtà il sacramento dell’ordine si ha nel grado massimo nei vescovi, nel grado inferiore nei presbiteri. Però non è l’unico sacramento, quindi la differenza non è sostanziale tra il presbitero e il vescovo, ma è una differenza soltanto di grado.

I vescovi vengono scelti tra i sacerdoti. Ma non è stato sempre così. Di per sé chiunque può diventare vescovo, basta che sia un cristiano battezzato se scelto dal Papa. Per esempio Sant’Agostino, quando fu fatto vescovo, non era neanche battezzato. Fu prima battezzato e poi ordinato vescovo e gli si diede una diocesi. Oggi, invece, è difficile che un laico possa diventare vescovo. Il Papa sceglie tra i preti. Ma anche questa scelta avviene secondo vari programmi.

Di per sé dovrebbe essere il vescovo locale a presentare coloro che ritiene adatti a fare i vescovi. Poi toccherà al Papa scegliere se accettare o meno i nominativi proposti. Altra indicazione avviene tra la Chiesa locale. La conferenza episcopale regionale, ogni tre o ogni cinque anni è chiamata a presentare una lista di nomi alla Santa sede. Questi sono i modi più usuali per eleggere i vescovi.

Accogliere un nuovo pastore per la Chiesa, significa che essa deve continuamente rinnovarsi. Il Papa insiste moltissimo nel dire che non è bene ripetere la frase «si è sempre fatto così» perché questo non è accettabile, perché i tempi cambiano e lo stesso Pontefice dice «oggi noi non viviamo in un’epoca di cambiamenti, ma viviamo un cambiamento di epoca». La venuta di un nuovo vescovo significa una continuità nella presenza della Chiesa, ma significa anche la possibilità di un rinnovamento per crescere. La Chiesa è un corpo vivente. Se non progredisce, se non cresce, se non è in cammino sinodale, non può vivere questo rinnovamento, rappresentato dall’arrivo di un nuovo pastore.

* Arcivescovo emerito diocesi Reggio Calabria-Bova - ecclesiologo

Potete leggere l'intervento integrale di monsignor Mondello sull'edizione odierna di Avvenire di Calabria, abbinato all'Avvenire.

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