Garantire il ri-utilizzo con regole condivise

di Demetrio Spanti – Il ri–utilizzo dei beni confiscati alla mafia non è solo una previsione normativa oggi regolamentata nel Codice Antimafia; ancor più è il frutto di un sentire comune che ha guidato, già molti anni fa, il legislatore verso la stesura della legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati.
Un percorso complesso che vede il coinvolgimento di più soggetti i quali, con ruoli, compiti e competenze diverse tra loro, devono necessariamente raccordarsi ed operare sinergicamente.
Diventa così uno strumento di riscatto economico–sociale, un mezzo per restituire il mal tolto alla collettività. Certamente va superata la riluttanza ad usare realmente strumenti di partecipazione attiva e tavoli di confronto su questo tema, come la sottoscrizione di protocolli d’intesa con le associazioni impegnate sul terri- torio capaci, pertanto, di avere esatta percezione delle esigenze, delle emergenze e dei bisogni che lo stesso esprime.
Lo strumento regolamentare comunale assume, così, fondamentale importanza perché esso deve garantire forme di cittadinanza attiva e partecipazione popolare. Con il codice antimafia è stata rimessa alla sensibilità dell’Ente la decisione di dotarsi o meno di un atto formale, il regolamento appunto. Non a caso si è voluto usare il termine sensibilità e non anche quello più giuridicamente appropriato di potestà. Ciò in considerazione del fatto che l’approccio alla trattazione della materia non è univoca sul territorio nazionale.
Sintomatico è il fatto che in molti comuni, solo l’intervento delle commissioni prefettizie, insediatesi dopo i provvedimenti di scioglimento dell’ente, ha consentito l’adozione di regolamenti per la gestione dei beni confiscati.
La peculiarità di questi beni, o meglio del loro ri–utilizzo, deve suggerire agli enti preposti l’adozione di regolamenti specifici condivisi e partecipati dalla società civile. Lo Statuto del Comune di Reggio Calabria ha dedicato un intero titolo, il secondo, alla partecipazione popolare, prevedendo forme e organismi che soddisfano detto principio e che dovranno essere tenute in debito conto alla stesura di un regolamento per la gestione dei beni confiscati alle mafie.
Solo attraverso una partecipazione diffusa all’affidamento e alla gestione dei beni confiscati si potrà giungere, infatti, alla «migliore tutela degli interessi collettivi». La necessità di forme partecipative è stata peraltro sentita e fatta propria dai soggetti sottoscrittori del protocollo d’intesa che ha visto l’adesione del Tribunale di Reggio Calabria, il Comune di Reggio Calabria , l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata e l’associazione Libera, Associazione nomi e numeri contro le mafie. Su tali basi sarebbe opportuna l’adozione di uno specifico regolamento comunale sulla gestione dei beni confiscati, distinto e autonomo rispetto ad altri regolamenti che hanno ad oggetto i beni comuni. In tal modo si garantirebbe, non solo il rispetto dei principi di trasparenza e parità di trattamento voluti dal codice antimafia, ma l’effettiva partecipazione della collettività al processo di riutilizzo dei beni confiscati. Solo così, infatti, la confisca dei beni appartenuta ai mafiosi e il loro riutilizzo ai fini sociali diventa una chiare occasione per riaffermare i principi di legalità partecipata.

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