Ferramonti di Tarsia, un lager d’umanità

In questo luogo la dignità ha prevalso sull’uso delle armi grazie alla bontà di chi lo dirigeva

La Giornata della memoria in Calabria ci ricorda un luogo in cui l’umanità ha resistito e ha prevalso sulla follia umana imperante in Europa, durante il secondo conflitto mondiale: è il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia.

Giornata della Memoria, dalla Calabria un ricordo d’umanità

Il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, costruito in provincia di Cosenza, tra il 1940 e il 1943 ha ospitato circa 4 mila deportati e prigionieri provenienti dall’Italia e da altre nazioni europee, in maggior parte ebrei. Ma anche greci, albanesi, cinesi, giapponesi, neozelandesi e australiani. Internati e privati della libertà, in nome delle leggi razziali applicate dal regime fascista sulla scia dello scellerato antisemitismo dell’alleato nazista. Eppure nessuno di loro subì violenza o fu mandato in un campo di sterminio.


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Il campo di Ferramonti di Tarsia, un recinto di 16 ettari di superficie, costruito dallo speculatore e sodale al fascismo Eugenio Parrini in un’area da bonificare della Valle del Crati, oltre ad essere il più grande dei 15 campi di concentramento costruiti in Italia da Mussolini, fu anche l’unico in cui l’umanità prevalse sulla violenza. La dignità e il rispetto sulla crudeltà che caratterizzò altri luoghi di internamento, passati alla storia come luoghi di morte.

All’interno del campo si mantenevano uniti i nuclei familiari. C’erano scuole per i bambini, una biblioteca, squadre di calcio e di pallamano organizzate in tornei, orchestre che si esibivano in concerti, compagnie teatrali con una loro programmazione. C’era libertà di culto: una chiesa cattolica, un’altra greco-ortodossa e due sinagoghe.

All’interno del campo c’era anche una sorta di parlamentino. Agli ebrei deportati e agli altri internati fu, infatti, permesso di organizzarsi ed eleggere propri rappresentanti. Inoltre, i medici ebrei presenti usufruirono di un’infermeria con annessa farmacia a cui, spesso, si rivolgevano per essere curati anche gli abitanti dei dintorni del campo. Si celebravano, inoltre, matrimoni e durante il periodo di detenzione nacquero molti bambini.

Dignità e rispetto le armi più usate

Un’immagine diversa, insomma, da quanto si stava, contestualmente, compiendo negli altri lager europei in modo vergognoso e inumano. Garanti di ciò furono coloro che comandavano il campo di Ferramonti. si comandare il campo di Ferramonti. Come il direttore Paolo Salvatore o il commissario di pubblica sicurezza, il maresciallo reggino Gaetano Marrari.


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Entrambi seppero interpretare con umanità i regolamenti, riconoscendo dignità a chi, seppur non privo di stenti e bisogni primari, si trovava internato in questa porzione di Paese. Quella di Ferramonti è una storia che commuove e che non va dimenticata. Una storia che aiuta a comprendere, ancora oggi in occasione della Giornata della Memoria, quanto a volte le scelte e i gesti di ciascuno possano davvero fare la differenza.

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