Gotha, la sentenza: 25 anni a Paolo Romeo, 13 anni ad Alberto Sarra

Gotha, la sentenza. 25 anni a Paolo Romeo (l’accusa aveva chiesto 28 anni di reclusione), 13 anni ad Alberto Sarra. 9 anni e 4 mesi a don Pino Strangio parroco di San Luca e già rettore del Santuario di Polsi, 2 anni per l’ex direttore ai lavori pubblici del comune di Reggio Marcello Cammera. Assolti, invece l’ex senatore Antonio Caridi e l’ex presidente della provincia Giuseppe Raffa. È questo l’esito della sentenza di primo grado del processo Gotha arrivato questa sera, al termine del processo con rito ordinario, durato quattro anni. Il collegio presieduto dalla dottoressa Capone, si era riunito questa mattina in camera di consiglio. La sentenza è arrivata attorno alle 21.

Per undici degli imputati giudicati non colpevoli l’assoluzione era stata chiesta anche dalla pubblica accusa. Gli imputati assolti, oltre a Caridi e Raffa, sono Giuseppe Iero, Vincenzo Amodeo, Domenico Aricò, Amedeo Canale, Demetrio Cara, Maria Angela Marra Cutrupi, Teresa Munari, Domenico Nucera, Domenico Pietropaolo, Giovanni Pontari, Andrea Scordo, Giovanni Carlo Remo e Rocco Zoccali. Oltre a Romeo e Sarra, sono stati condannati il sacerdote di San Luca don Pino Strangio, cui sono stati comminati 9 anni e 4 mesi di reclusione, e l’avvocato Antonio Marra, ritenuto l’uomo di fiducia di Paolo Romeo (17 anni). L’ex dirigente ai Lavori pubblici del Comune di Reggio Calabria, Marcello Cammera, è stato condannato a 2 anni di reclusione.

Tre anni e 6 mesi di carcere sono stati comminati al commercialista Giovanni Zumbo, già condannato nel processo “Piccolo Carro” per essere stato la talpa dei boss Giovanni Ficara e Giuseppe Pelle. Il processo “Gotha” è nato dalla riunione di alcune inchieste della Dda, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, che nel 2016 hanno svelato l’esistenza della componente riservata della ‘ndrangheta.

L’inchiesta che portato al processo é stata coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dai sostituti Stefano Musolino, Walter Ignazitto, Sara Amerio, Roberto Di Palma e Giulia Pantano. Dal processo è emerso un “sistema di potere ambiguo” che, stando ai collaboratori di giustizia sentiti in aula, è stato caratterizzato da “promiscuità tra ‘ndrangheta e ambienti istituzionali”. Nelle settimane scorse, nella loro requisitoria, i pubblici ministeri avevano ricostruito i fatti del processo, parlando di “una lunga stagione di sistematica penetrazione nel tessuto politico-amministrativo locale, regionale, nazionale e sovrannazionale”.

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