«Io sovversivo? Sì, perché rispetto la Costituzione»

Quando gli chiediamo di parlare della sua esperienza a Palazzo Zanca, Accorinti si accende. «Sapete cosa dico spesso al vescovo di Messina? Che il luogo più sacro della città è il comune. Certo: dobbiamo sacralizzarlo con i nostri comportamenti». Quelle adunanze, quei corridoi.
«L’altro giorno è entrata una scolaresca nella mia stanza; un bambino guardandosi intorno mi ha detto: ‘Questo è un luogo romantico’. Ma ha ragione: io gli ho risposto che qui ‘noi coltiviamo l’amore’. La politica che cosa è se non questo?».
L’accusa più ridondante nei suoi confronti è quello di essere utopico, a tratti sovversivo. Come quella volta che il 4 novembre sfilò con la bandiera della pace. «Tutti hanno gridato allo scandalo – dice Accorinti –, ma scandalo di che? Io ho messo le parole di Pertini, il Capo di Stato e anche la guida delle forze armate: ‘Svuotiamo gli arsenali strumenti di morte, riempiamo i granai fonte di vita’ a cui ho aggiunto l’articolo undici della Costituzione, ‘L’Italia ripudia la guerra’. Non penso di essere così sovversivo». Si può essere sovversivi pure citando la Costituzione in un Paese che non la rispetta.
«Eppure il ministro della Difesa – ci confida il primo cittadino peloritano – ha compreso questo mio messaggio e abbiamo collaborato: c’era un’area militare abbandonata di trentacinquemila metri quadrati, adesso lì sorgerà il secondo palazzo di giustizia di Messina che attendevamo da trent’anni». Dal 2013, la casa comunale di Messina ha spalancato le sue porte: «Gli abitanti dello Sri Lanka non hanno un consolato al sud; – racconta Accorinti – sono andato all’ambasciata a Roma per proporre di spostare una volta l’anno i loro uffici presso Palazzo Zanca. Lo abbiamo fatto, il 12 e il 13 marzo 2016.
Hanno distribuito tutti i visti e i permessi a questi loro connazionali. C’è un particolare: questi concittadini non votano in Italia». Renato Accorinti non manca di concedersi alle nostre domande, anche se spesso divaga in aneddoti: «Due anni fa è venuto a trovarmi Piero Grasso, presidente del Senato. Appena è entrato ha notato che accanto alla foto del Presidente della Repubblica c’è una istantanea che ritrae Vincenzo, un barbone. L’ho messo volutamente più alto di Mattarella. Perché? Lo Stato si deve interrogare e fare qualcosa per chi non ha nulla».
Eppure una volta le porte di Palazzo Madama si serrarono dinnanzi al sindaco in t-shirt. «Dopo una settimana non mi hanno fatto entrare al Senato – ci conferma – perché non avevo la cravatta; mi aveva invitato Gad Lerner per parlare dei rom perché ho vissuto dieci anni in un campo nomadi così come in mezzo alla strada con i senzatetto. Non ho fatto nessuna polemica, ho solo detto: ‘la settimana scorsa è venuto Piero Grasso nella mia stanza e l’ho fatto entrare nonostante fosse in giacca e cravatta, perché io pregiudizi non ne ho’».
Una missione, quella di rivoluzionare la politica messinese che è stata a un passo dall’essere interrotta bruscamente: «Mi hanno fatto la sfiducia? Vi rendete conto? Riprendiamo la storia degli ultimi sindaci: non hanno mai avuto una atto del genere. Gente che ha devastato moralmente ed economicamente questa città. Sapete cosa ho detto: ‘noi abbiamo già vinto’. La nostra vittoria non è elettorale, ma culturale. È un riscatto sociale che non finisce mai».

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