La denuncia del Cosmi: "A Gambarie situazione inaccettabile"

Il Co.S.Mi. (Comitato Solidarietà Migranti) e LasciateCIEntrare hanno affiancato l’onorevole Celeste Costantino nella visita ispettiva al centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Gambarie lo scorso 2 febbraio.
Il quadro desolante, e per certi versi raccapricciante, che ci siamo ritrovati davanti agli occhi non è semplice da descrivere. Tuttavia, contro la facile retorica dell’accoglienza, spesso più uno slogan che una pratica effettiva, efficace e solidale, avvertiamo la necessità di testimoniare e portare alla luce una narrazione altra.
Il centro di Gambarie è da diverse settimane all’attenzione delle cronache, locali e nazionali, che riportano proteste dei migranti e repliche dei responsabili dell’Hotel Excelsior. Pur non presentando delle carenze strutturali particolarmente gravi (benché in più di una stanza dell’hotel i termosifoni fossero spenti e facesse freddo), nel corso della nostra visita sono emersi segnali inquietanti che intendiamo rendere noti.
Le testimonianze dei migranti riportano tutte allo stesso modo un contesto di accoglienza fatto di soprusi, vessazioni, ricatti, minacce, punizioni. Non è un caso che uno dei ragazzi, fino a pochi giorni fa ospite della struttura (oggi ricollocato altrove sul territorio calabrese), abbia paragonato la condizione vissuta a Gambarie a quella delle carceri libiche.
Certo, sicuramente tale affermazione è da intendersi in senso iperbolico; inoltre, è del tutto normale che delle persone in attesa spesso da sei mesi (!) senza significativi sviluppi nel proprio percorso burocratico, educativo, giuridico, abbiano delle rimostranze da manifestare.
Tuttavia, se quasi tutti i migranti raccontano i medesimi episodi, il contenuto delle testimonianze è da considerarsi quantomeno verosimile.
Medicinali non somministrati a chi ne avrebbe bisogno, spesso come forma umiliante e crudele di punizione per aver protestato per qualche motivo o, peggio ancora, per aver denunciato all’esterno alcune mancanze nella gestione dell’accoglienza così come realizzata dal personale dell’albergo. O ancora, i termosifoni lasciati spenti fino a qualche giorno fa, con ragazzi che lamentano dolori al petto dovuti a un freddo lancinante che avrebbe loro impedito di dormire, specie nelle notti di gelo che la Calabria ha conosciuto poche settimane fa. L’acqua corrente non sarebbe quasi mai calda, e molti ragazzi hanno raccontato di non potersi lavare da giorni. La notte, inoltre, i ragazzi verrebbero chiusi a chiave nella struttura, e qualcuno, non potendovi rientrare, ha dovuto dormire all’aperto nel mese di dicembre. Di testimonianze così potremmo raccontarne diverse e, lo ripetiamo, le rileviamo col beneficio del dubbio pur mantenendo uno statuto di verosimiglianza. Ma è il clima generale della struttura, incentrato su una forsennata caccia alle streghe – alias i migranti che denunciano o criticano le pessime condizioni della gestione del centro – a preoccuparci e a imporci di vigilare in maniera continua sullo stato effettivo dell’accoglienza nel nostro territorio, a Gambarie non solo.
Troviamo inaccettabile che i responsabili di una struttura deputata all’accoglienza dei migranti, e che per questo motivo riceve finanziamenti pubblici importanti, governi la situazione col terrore, dato che molti ragazzi anche in occasione della nostra visita avevano paura di essere visti o addirittura fotografati nel momento in cui parlavano con noi.
Ancora più incredibile è che da più un mese non siano stati affidati ufficialmente ad una cooperativa (che subentri alla vecchia, attiva a Gambarie fino al 31 dicembre scorso) servizi essenziali quali ad esempio l’assistenza legale e sanitaria, le attività educative, la mediazione culturale.
Ribadiamo il nostro invito a non considerare la questione migratoria secondo caratteri di eccezionalità ed emergenzialità. Le ‘rivolte’ dei migranti che in queste settimane interessano diverse parti d’Italia non sono capricci di ragazzi viziati, ma richieste di diritti rispetto al cui riconoscimento lo Stato non può in alcun modo abdicare trincerandosi dietro provvedimenti repressivi come le revoche dell’accoglienza, spesso frutto di analisi approssimative e ricostruzioni superficiali degli avvenimenti.

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