«La Misericordia non sia un alibi»

L’esperienza dello Stato al Mezzogiorno. Una “frontiera”, soprattutto, in termini pedagogici. Ne abbiamo parlato con Michele Di Bari, Prefetto di Reggio Calabria.

Negli ultimi giorni è tornata d’attualità la condizione emergenziale che vivono molti giovani calabresi.

«Le nuove generazioni hanno bisogno di principi chiari, di strade lineari come quelle indicate nella Costituzione, di problematiche che vengono affrontate e risolte. In questo bisogna ritornare sempre allo spirito dei principi costituzionali e al Vangelo: una parola di tolleranza verso tutti nel rispetto delle leggi».

Strade lineari che andrebbero avallate da un “gioco di squadra” degli adulti.

«Non è vero che la comunità reggina non sappia fare “rete”. Quando avvengono situazioni drammatiche che riguardano i giovani ci sono filoni di lettura diversi, questo sì».

Dalle analisi alle risposte. Il passo è breve?

«Vorrei fare una distinzione sul dibattito sulle “analisi” e sulle “risposte” sull fenomeno in sé e da ciò che oggi già c’è in questa comunità. Faremmo torto ai tanti che ci mettono l’anima. Partendo da una grandissima sensibilità istituzionale e collettiva: la stragrande parte della popolazione condanna tutte le forme di disagio che spesso assumono derive bieche e delinquenziali».

Da quello che dice si evince che di certo a Reggio Calabria non manca il valore dell’impegno.

«Basti pensare ai centri anti– violenza, al Tribunale per i Minorenni, alle scuole. Sono soggetti chiamati a sostenere la condizione giovanile e lo fanno con grande senso di responsabilità».

Una terra, la Calabria, che sta provando a risollevare la china.

«Prendendo a prestito una felice espressione di Giovanni XXIII, credo che il miglior approccio sia quello di “saper leggere i segni dei tempi”. Che cosa ci dicono in questo periodo e in questa terra? Che ci sono tanti uomini di buona volontà che stanno dando il massimo affinché la loro dedizione possa far crescere la Calabria e in particolar modo il territorio della Città Metropolitana».

Lei prima ha parlato di riconsegnare il Vangelo nelle mani dei giovani.

«Una Chiesa “in cammino” è una chiesa fatta da buoni cittadini».

E come le sembra che stia camminando la Chiesa calabrese?

«Sono grato alla Chiesa di Calabria. Non ho mai creduto nell’eroismo di singoli preti, ma credo fermamente nel cammino collegiale. Soltanto la condivisione di intenti di una comunità è in grado di azioni di ogni tipo. Certamente ci sono tanti sacerdoti che si spendono e che fanno attività profetica, meritano il massimo rispetto. Però io vedo che vi è una Chiesa che cammina con grandi sforzi. Spesso noi diamo per scontato quell’attività sociale delle parrocchie, ma non è così. Ci sono diverse sensibilità: c’è chi va alla ricerca del povero, c’è chi – invece – che aspetta il povero in chiesa. È diverso, no?».

Certamente. Basta “solo” questo?

«No, pongo una serie di questioni che i vescovi calabresi hanno affrontato con grande forza e questo è confermato anche dalla presenza della Cec alla giornata della memoria organizzata da Libera». Quali? «Mi riferisco al rapporto tra sacro e legalità. Ogni tanto leggiamo di episodi che non fanno bene né alla società civile né alla Chiesa. Questo è il tema dei temi: va declinato, in questi territori, con il massimo rigore possibile. Non è assolutamente ipotizzabile un’interpretazione lata. Non ci sono mezze misure: questo esige che vi sia grande maturità e responsabilità».

Si riferisce a qualche caso in particolare?

«La misericordia deve essere un processo che prevede una assoluta abiura rispetto alla ‘ndrangheta; non può essere l’alibi per non eseguire quelle che sono le disposizioni di un Questore, ad esempio».

Parliamo del rapporto tra Chiesa e ‘ndrangheta.

«Questo è un tema che ha bisogno di essere studiato e applicato con costanza. Di esempi virtuosi ce ne sono molti, come quello di tanti parroci che rifiutano il denaro di cui si disconosce l’origine o se ne riconosce una poco limpida provenienza».

Un esempio positivo, questo, al pari dell’attenzione al fenomeno migratorio. Come è la situazione dell’accoglienza in riva allo Stretto?

«Anzitutto mi preme sottolineare come il ministro dell’Interno, Marco Minniti, in poco tempo abbia adottato una serie di misure che vanno verso la razionalizzazione del fenomeno dell’immigrazione. Una modalità di accoglienza che prevede forme di inclusione sociale. Questo il tema a livello governativo. Nello specifico sul nostro territorio, accanto a uno straordinario mondo dell’associazionismo, noto che vi è da parte dei sindaci un atteggiamento di maggiore responsabilità».

Lo step successivo è quello dell’inclusione.

«La vera criticità è quella relativa ai minori stranieri non accompagnati che resta ancora un problema. A questa va conciliata una necessaria accelerazione sulle politiche di integrazione che partono, però, dalla reale volontà dell’immigrato. Spesso il suo obiettivo è quello di andare altrove e di lasciare il territorio reggino».

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