La peggiore «malattia» è la delega sul futuro

Va alzata, infatti, l’attenzione su quanti hanno scelto di amministrare le città

Sono molti i modi per fare memoria: può far guardare indietro con nostalgia, per magnificarsi o deprimersi. La scelta di don Ciotti e Libera da 23 anni è stata, dall’inizio, invito alla responsabilità: ricordare le vittime delle mafie, se è uno sguardo al passato, lo è per diventare sempre più consapevoli che tutto questo sangue ci chiama a tenere sveglia la Coscienza e a fare scelte conseguenti. Chiama, tutti, a decidere da che parte stare: non per scelta ideologica, ma assumere il compito d’operare perché questa tragedia finisca. Ed è tragico sentire il terrificante, lunghissimo elenco dei nomi degli assassinati innocenti della brutalità mafiosa. Quest’anno, però, la scelta di svolgere a Locri la manifestazione centrale della giornata ha un carattere particolare. Non è stato solo scegliere la Calabria; e viverla a Locri non è dovuto a episodi di particolare gravità. In quest’ultimo anno la chiesa locale ha fatto scelte e dato orientamenti che – anche per le conseguenze subite – ha coinvolto tutta la Conferenza Episcopale Calabra; che, infatti, ha scritto un documento d’adesione alla manifestazione e quasi tutti i vescovi hanno partecipato a uno o l’altro momento di questi giorni. Le parole dei vescovi presenti alla manifestazione del 21 dicono il motivo del coinvolgimento personale dei vescovi: «La testimonianza del dolore dei familiari di vittime, abbracciato con dignità, ha lanciato un messaggio importante per una lotta senza riserve contro le mafie e ogni forma d’associazione criminale. E la presenza di tantissimi giovani ha lanciato un invito a non arrendersi e a lottare per il cambiamento. È possibile vincere la mafia e superare la sua mentalità, ma occorre fare la propria parte intraprendendo percorsi di legalità, impegno civile e partecipazione sociale», ha detto monsignor Oliva. «La Chiesa c’è, noi ci siamo, ci mettiamo la faccia, il cuore, l’intelligenza, la passione e diciamo no a ogni forma di neutralità rispetto ai fenomeni mafiosi. La memoria delle vittime delle mafie – spiegato monsignor Savino – deve graffiare la nostra Coscienza e farci chiedere perdono per le nostre omissioni e i nostri atteg- giamenti equivoci. Bisogna lottare, cristianamente col Vangelo in mano e laicamente con la Costituzione ». «Interessarsi di questi fenomeni non può essere un optional o appannaggio di persone specializzate; deve divenite un impegno trasversale», ha sottolineato monsignor Satriano. Da queste considerazioni sui motivi sono scaturiti anche i richiami ai responsabili della cosa pubblica (locale, regionale e nazionale) sui problemi che si continua a ignorare e che suscitano, specie nei giovani, sfiducia verso uno Stato percepito lontano e la tentazione d’ascoltare i richiami delle vie facili proposte dalle mafie. In particolare Luigi Ciotti – nel suo appassionato intervento – ha ribadito la centralità della questione del lavoro, senza il quale si continuerebbe a ingannare tutti. Così come è stato sferzante il richiamo alla necessaria lotta alla corruzione, il canale oggi più aperto al potere mafioso. La peggiore ma-lattia è la delega. E noi non abbiamo mandato avanti altri. Ci giochiamo in prima persona. Camminiamo in prima linea, ha detto Ciotti e, citando Alvaro: «Abbiamo il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca». L’unico neo che rilevo è la decisione, di pochi giorni prima, d’istituzionalizzare la manifestazione in un una Giornata nazionale della memoria delle vittime innocenti delle mafie. L’hanno votata i parlamentari all’unanimità e molti di loro non hanno mani pulite. Ma le parole che Ciotti ha gridato più volte nel suo intervento, e che sono state molto applaudite, sono state: «Siamo qui perché amiamo la vita!» E credo siano la più forte eredità della manifestazione, perché l’impegno futuro di tutti possa vincere le mafie.

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