La volontaria: «Così ho imparato a parlare con gli occhi»

Antonella Frazzetta ha festeggiato, proprio l’11 febbraio scorso, i suoi primi 25 anni di volontariato ospedaliero. Il coronavirus ha limitato l’attività degli ultimi 11 mesi, «seppure abbiamo già chiesto di essere vaccinati per tornare in corsia» ci spiega.

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L’Avo per lei è molto più di un’organizzazione di volontariato. È la sua seconda famiglia alla quale ha sempre dedicato tanta energia. Ricevendone, in cambio, una quantità moltiplicata. Infatti, quando passa in rassegna le esperienze che – anno dopo anno – ha collezionato non mancano i riferimenti ad amici di cammino che hanno arricchito il suo.

«Spesso tanti giovani fuggono dal fare volontariato in ospedale perché vogliono nascondere la sofferenza sotto il tappeto. Eppure è una scuola unica: certo, crea coinvolgimento, ma sigilla relazioni davvero profondissime ». A proposito di “rapporti speciali”, Antonella ci racconta di un paziente che le è rimasto particolarmentenel cuore. Era un uomo, avanti con l’età, affetta da Sla, la Sclerosi lateraleamiotrofica. Un lungodegente col quale « ho imparato a parlare con gli occhi».

Non è un modo di dire: i pazienti affetti da Sla, infatti, utilizzano l’eye-tracking, un comunicatore oculare. Attraverso questo strumento Antonella ha conosciuto la storia di vita di quest’uomo, «una sorta di fratello maggiore», senza mai scambiare una parola con lui.

In Avo, Antonella Frazzetta ha ricoperto molti ruoli perché, poi, l’impegno si moltiplica tra aspetti gestionali e burocratici. Una famiglia di oltre cento volontari che, da sempre, vivono in prima persona i reparti del nosocomio reggino: «Io li ho fatti tutti», ci dice sorridendo.

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