L’aggiunto Lombardo: «La gente per bene vincerà le ’ndrine»

Inquadrare la ‘ndrangheta in un contesto storico, studiarne l’evoluzione gerarchica e la struttura. Portare questa conoscenza a radicarsi in verità processuale. È questo l’obiettivo dichiarato di Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, impegnato in prima linea nella lotta ai clan.

Sono passati 26 anni dalla Strage di Capaci. La memoria si è già persa? Cosa è cambiato nell’opinione pubblica e nella vita dei magistrati?

Provo la pessima sensazione che negli anni si sia stratificato nel tessuto sociale un pericoloso percorso di accettazione supina, e quindi di sostanziale normalizzazione, dei fenomeni criminali di tipo mafioso. Le grandi mafie hanno capito che senza morti o azioni eclatanti l’attenzione dei media si abbassa, consentendo alle mafie di diventare invisibili e di moltiplicare la loro capacità di infiltrazione negli ambiti strategici. Ecco perché i pochi giornalisti che vanno oltre la cronaca quotidiana diventano nemici da intimidire e minacciare. Le minacce ai magistrati a mio avviso seguono altre logiche, a volte molto raffinate. Si cerca di isolarli facendo terra bruciata intorno a loro. Chi minaccia sa che i magistrati in questa terra vivono una condizione non semplice, caratterizzata da un carico di lavoro, quantitativamente e qualitativamente, elevatissimo. E quella minaccia serve a creare ulteriori difficoltà.

Forse è anche per questo che lei è stato più volte minacciato negli anni. Qual’è la sua più grande paura?

Dal punto di vista professionale la mia paura più grande è quella di non poter contare sulle risorse necessarie a stabilizzare i risultati processuali che sono stati raggiunti negli ultimi anni. È stato fatto un enorme sforzo per ricostruire fino in fondo la struttura della ‘ndrangheta. Il più ampio sistema criminale di tipo mafioso – di cui la ‘ndrangheta fa parte – ha compreso che le attenzioni investigative sono rivolte verso l’alto, al fine di individuare il livello apicale delle teste pensanti: quelle che decidono le grandi strategie di politica criminale. In questo complesso percorso antimafia siamo chiamati a convivere con paure di vario genere, che si sconfiggono ogni giorno con il coraggio delle proprie scelte, adottate nell’interesse collettivo. La forza dello Stato si misura con la sua capacità di aggregare, di creare le condizioni migliori per agire in modo coordinato e continuativo. Se ognuno farà il suo dovere fino in fondo, non ci sarà spazio per la paura. Prevarrà la consapevolezza che le mafie non vinceranno mai contro il grande esercito delle persone perbene. Di cui la Calabria è piena.

Eppure, spesso, i decenni di lotte condotti da giustizia e parte della società civile contro le mafie non fanno notizia sui media nazionali, almeno non in modo continuativo.

C’è in atto una pericolosa tendenza ad abbassare la tensione morale nel contrasto alle mafie. Quale tema di discussione è sostanzialmente sparito dalle cronache. Si percepisce che non è prioritario alimentare percorsi di conoscenza dei moderni fenomeni criminali. Ai risultati che lo Stato raggiunge ogni giorno seguono apprezzamenti che, troppo spesso, durano lo spazio di un comunicato stampa. Noi non abbiamo bisogno di applausi. Abbiamo bisogno di sostegno e vicinanza. Che in Calabria non c’è. Neanche dopo aver dato risposte giudiziarie di assoluto rilievo. La gente osserva da lontano e non partecipa emotivamente alla guerra che si combatte ogni giorno. Purtroppo il grande sforzo fatto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura non basta. C’è bisogno di partecipazione collettiva, la cui totale assenza agevola il gravissimo disinteresse mediatico nazionale. Non è normale che nel territorio di una città metropolitana come Reggio Calabria, capitale riconosciuta della ‘ndrangheta nel mondo, non ci sia una sola redazione locale delle grandi testate giornalistiche nazionali. Non è spiegabile che le televisioni parlino di ‘ndrangheta ripetendo in eterno ricostruzioni antistoriche e superate da decenni. Questo è proprio quello che la ‘ndrangheta desidera: silenzio e normalizzazione.

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