Musei ecclesiastici, dove si coltiva la cultura dell’incontro

di Lucia Lojacono – Nell’ambito delle iniziative promosse per i venti anni di attività, Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani) il 18 maggio scorso ha promosso a Roma, presso la Pontificia università gregoriana, una giornata di studi dedicata al tema “Musei ecclesiastici: quale identità?”. L’incontro, organizzato con il patrocinio dell’Ufficio nazionale per i beni culturali e l’edilizia di culto della Cei, partendo da tre punti di vista (istituzionale, operativo e teorico–critico) ha tentato di delineare un bilancio dell’attività dei musei ecclesiastici, evidenziandone potenzialità e criticità, punti di forza e di debolezza.
A sedici anni di distanza dall’emanazione della lettera circolare sulla funzione pastorale dei musei ecclesiastici, emanata dalla Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, è sembrato necessario chiedersi in che misura questo documento abbia trovato reale attuazione e se la Lettera debba essere aggiornata e integrata alla luce del continuo evolvere della società e dello stesso comparto museale.
In apertura dei lavori Domenica Primerano (nella foto), presidente Amei, ha evidenziato come ai musei ecclesiastici, perché abbiano continuità e possano offrire la loro specificità e ricchezza, serva «una riorganizzazione che dia loro stabilità e futuro», sottolineando come tali istituti «con pochi dipendenti e molti volontari», debbano sempre più essere «luoghi di inclusione, ove si accoglie l’altro, comprese le persone svantaggiate, e luoghi di sperimentazione perché attenti alla cultura del proprio tempo».
Monsignor Galantino, intervenendo al mattino, ha definito i musei ecclesiastici «luoghi nei quali si coltiva e si sviluppa la ‘cultura dell’incontro’ che, come ricorda papa Francesco, è prima di tutto incontro tra persone e gruppi portatori di valori, tradizioni, lingue, visioni religiose e stili di vita plurali». Con la loro presenza, ha continuato il segretario generale della Cei, anche in «piccole comunità che non vogliono abbandonare le proprie radici”, i musei “contribuiscono ad arginare la frenesia dell’effimero che mortifica la memoria e costituiscono ‘presidi vivi’ attraverso i quali passa il volto della Chiesa».
E ancora, «una risorsa, un presidio culturale sul territorio, un istituto dinamico di valorizzazione, oltre che uno strumento di narrazione delle persone e delle comunità» ha definito i musei ecclesiastici don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto. Essi sono oltre 800, sparsi da Nord a Sud. Tra questi, il Museo diocesano di Reggio Calabria, del quale ha parlato la direttrice Lucia Lojacono, intervenendo al pomeriggio nella sessione dedicata al livello strettamente operativo: ha fatto cenno alla situazione museale ecclesiastica calabrese, giudicandola, tutto sommato, coesa, con una buona consuetudine a frequenti incontri e scambi reciproci, ciò anche per merito di una Consulta regionale per i beni culturali ecclesiastici fattivamente presente e attiva da oltre un decennio. Una vitalità preziosa quella espressa dai musei ecclesiastici calabresi, animata da passione autentica e tesa a realizzare un’idea di museo ecclesiastico che, attraverso la proposta dell’esperienza ecclesiale della Bellezza, si rivolga non solo all’intera comunità cristiana, ma anche nel quotidiano ai “pubblici altri”.

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