Panizza: «La lezione di coraggio di don Calabrò»

La mafia non esiste. Un’affermazione che non ha mai convinto troppo don Giacomo Panizza. «Ho dovuto subito parlare con don Italo Calabrò; – ci svela – ci conoscevamo già da alcune esperienze comuni a Roma e mi è sembrata la persona giusta per spiegarmi cosa mi stesse capitando».

Quando nasce l’amicizia tra lei e don Italo?

In realtà è grazie a monsignor Giovanni Nervo se ci conosciamo. Eravamo un gruppetto di preti, di cui io ero il più giovane, che cercavamo di avviare il concetto di “volontariato” nel nostro Paese.

Un’epoca di grandi cambiamenti.

Il nostro supporto reale era la ferma volontà di Papa Paolo VI: tutto il laicato cattolico che operava nel mondo della carità doveva diventare “civile”.

Insomma un tempo di forti contrapposizioni, ma anche di progetti lungimiranti.

Ricordo quando nacque la Piccola Opera a Reggio Calabria. Mi disse: «Cominciamo con pochi; se ci sarà bisogno ancora ricominciamo altrove, ma non ricostruiamo lager con centinaia di persone».

Ci può raccontare un aneddoto di quel tempo?

Una volta venne nella nostra casa a Lamezia. Era il 1978 e in quell’anno c’era da preparare il primo convegno regionale della Chiesa calabrese. Quel giorno pioveva e noi eravamo tutti intenti a raccogliere l’acqua che perdeva dalle guarnizioni del tetto. Scorgendomi nel corridoio, mentre asciugavo dappertutto mi disse: «Ecco è quello che pensavo, la fai tu la relazione sul welfare in Calabria”.

Una battuta o cosa?

Nient’affatto. Andammo a Paola, dove si teneva questo incontro: in prima fila c’erano tutti i vescovi e la Giunta regionale. Ho detto la mia opinione, ho ricevuto un caloroso applauso dal laicato presente, e poi sono sceso dal palco. Don Italo mi venne incontro e mi disse: «Grazie, anche di quello che non hai detto».

Ci sta descrivendo un don Calabrò politico?

Don Italo capiva di essere in Occidente: in Italia devi saper interloquire con le Istituzioni. Aveva anticipato le idee di welfare al Mezzogiorno. Parliamo del diritto di giustizia, ossia cambiare le strutture di “peccato” dello Stato.

Tra le pecche probabilmente c’è anche la “leggerezza” decennale con le mafie?

Gli chiesi: «Don Italo perché mi arrivano le minacce e gli altri mi dicono che la mafia non esiste?». Fu quello il momento in cui lui mi spiegò come ragiona la ‘ndrangheta.

Cosa le disse?

Che la mafia preferisce le sfumature alle tinte fosche.

Le suggerì pure come affrontarla?

Un consiglio che mi diede, lo applicai alla lettera. Un giorno mi disse: «Se ti chiedono i soldi in Chiesa, prendili per il bavero». Una volta entrò un giovane in sagrestia e provò ad estorcermi dei soldi. Mi giocai la carta–don Italo: l’ho inchiodato al muro.

E poi che successe?

Si mise a tremare e mi chiese scusa. Una volta sull’altare lo vidi seduto in prima fila; rimase lì fino alla benedizione finale. Poi non l’ho più visto in vita mia.

I mafiosi vanno affrontati a muso duro quindi?

Macché. Don Italo mi diceva sempre di «fare finta di essere un prete tonto».

Lei lo ha fatto?

Sì, e forse questo mi ha salvato la vita.

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