Polveriera, «agire per costruire»

Oggi viviamo un tempo che, al di là degli stereotipi sul declino della moralità, sul degrado dei valori, sullo sgretolamento del senso civico, mette a nudo la società di fronte alle derive che essa stessa ha consentito. E, ragionando per sillogismo, se noi siamo la società, siamo anche i protagonisti di queste derive.
Siamo eredi di ciò che abbiamo creato. Siamo figli delle scelte che noi abbiamo fatto. Ed è inutile piangerci addosso. Non ha alcun senso affidarsi alla sterile lamentela di chi si sente abbandonato dalla società, dalle istituzioni, dalla Chiesa.
I fatti accaduti di recente a Ciccarello, nel cuore della periferia Sud della città, riportati alla ribalta della cronaca dall’Avvenire di Calabria non fanno altro che amplificare il disagio di un territorio che ormai, da anni, è terra di nessuno, abbandonato a se stesso e al suo – triste –destino. Non si tratta di individuare colpevoli, piuttosto di rimarcare ancora una volta il paradosso di un territorio che si espande a livello demografico ma non mette in condizione gli abitanti di viverlo pienamente.
Ben vengano manifestazioni, sit-in, petizioni, sollevazioni popolari. Sono il primo passo verso il cambiamento che deve comunque essere supportato nel quotidiano. E’ li che siamo deboli, lì dove i nervi scoperti diventano piaghe croniche nel nostro vissuto. Perché l’evento spot è sicuramente rumoroso, ma il fragore risuona solo per poco tempo disperdendosi nel vuoto. Poi si ritorna a vivere giorno dopo giorno con le difficoltà che affrontiamo e che spesso ci allontanano dall’altro, anche semplicemente per istinto di sopravvivenza. Così torniamo – per necessità non per scelta – egoisti, dimenticando i buoni propositi che, per un giorno, avevamo sposato nella speranza che qualcosa cambiasse. E assistiamo impietriti agli incendi davanti casa nostra, alla proliferazione delle discariche abusive alimentate dai nostri rifiuti, al furto di auto o altri mezzi semplicemente perché, per fortuna, non sono i nostri, allo scippo di un anziano, al pestaggio vigliacco di un sacerdote.
Tornando al ragionamento iniziale, la vera rivoluzione, l’unica strada percorribile che apre alla speranza, è agire per costruire. E’ molto semplice lamentarsi, rimanendo attoniti a guardare ciò cha accade intorno a noi, attendendo che ‘chi di competenza’ intervenga per poi, magari, criticarne anche l’operato. E’ molto più difficile rimboccarsi le maniche, trovarsi viso a viso con il problema, affrontarlo mettendo a nudo anche le nostre debolezze, con il rischio di uscire sconfitti da una battaglia. Noi lo viviamo coi i giovani che, a fatica, proviamo a educare all’amore, all’impegno sociale, al servizio verso l’altro, in una lotta impari conto il fascino della modernità, del consumismo, dell’individualismo, del piacere effimero che fanno da contraltare alle scelte ‘impegnative’ che tentiamo di stimolare con l’azione educativa.
E’ tempo di comprendere che non si tratta di rivoluzioni da fare con la violenza. Le vere rivoluzioni sono fatte con il cuore, con la coscienza, vivendo nel rispetto delle regole e con la consapevolezza che accanto a me esiste l’altro. Rispettare le regole della società è il fondamento del vivere civilmente. Riconoscere che il rispetto di queste regole mi permette di non nuocere all’altro è la diretta conseguenza. Che sfocia nella necessità di agire per il bene dell’altro. Solo generando una ‘contaminazione a catena’ dove l’uomo è il conduttore e il bene l’agente che contamina, si può sperare di cambiare qualcosa.
Percorriamo la strada della speranza. Senza indugi. Potremo almeno raccontare ai nostri figli, ai nostri nipoti, di aver provato a restituire loro una società migliore di quella da noi vissuta.

* presidente Associazione Esistiamo

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