Porto di Gioia Tauro, gli ex consiglieri regionali a difesa dell’infrastruttura

L’invito: «Gli attuali esponenti di Palazzo Campanella si facciano interpreti della grave situazione che mette a rischio gran parte dell’economia calabrese»

Salvare il porto di Gioia Tauro finito nelle ultime settimane sotto i riflettori per via di una direttiva Ue sulle emissioni ambientali che metterebbe a rischio le attuali attività svolte. Se ne avvantaggerebbero altri scali del Mediterraneo non sotto l’egida dell’Europa. Il dibattito è tutt’altro che spento. Un suggerimento significativo è quello che giunge dagli ex consiglieri regionali che sulla questione si sono mossi con largo anticipo.

Salvare il porto di Gioia Tauro, la proposta degli ex consiglieri regionali della Calabria

Nella suggestiva cornice del “Residence Azzurro Calaghena”, a Montepaone Lido, il 27 settembre, ospitato del socio Vincenzo Falcone, si è riunito l’ufficio di presidenza dell’Associazione fra ex consiglieri regionali a cui ha partecipato la quasi totalità dei componenti degli organi sociali.


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È stato ampiamente discusso il tema delle “vie del mare”, in particolare il “Porto franco di Gioia Tauro”, prima della vicenda rimbalzata sui media nazionali, quella di un drastico ridimensionamento dello scalo per l’entrata in vigore della direttiva Ue Emission transfer system (Ets), che impone la riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030.

Diverse istituzioni, in primis la Regione, scrive Avvenire, «hanno denunciato le possibili gravi conseguenze per l’occupazione e per la sopravvivenza stessa del porto» a causa dell’applicazione della direttiva Ue. Una realtà produttiva, qual è il porto di Gioia Tauro, definita «la maggior azienda calabrese che rappresenta il 50% del Pil privato della Regione, con 1.400 dipendenti diretti, 600 esterni e un indotto di altri 2mila. In un territorio con altissima disoccupazione. Un porto in costante crescita», ma per la sua tipologia «nello scalo calabrese arrivano proprio le navi più grandi ma anche più inquinanti».

Gli adeguamenti alla direttiva Ue comporterebbero un aggravio di costi anche per i vettori che verrebbero costretti a invertire la rotta su altri scali. Questa, in estrema sintesi, è la situazione che si trova ad affrontare il “Porto di Gioia Tauro”, che impone anche a quest’Associazione di approfondirla e di rinviare il suo convegno su questa “via del mare” programmato con la collaborazione dell’Università del Mediterraneo.


PER APPROFONDIRE: Gioia Tauro, una direttiva europea mette a rischio il futuro del Porto


Quasi un mese dopo questa riunione, il 23 ottobre, è stata approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la mozione recante per titolo: “Applicazione della Direttiva comunitaria ‘Fit for 55” – Possibili conseguenze all’infrastruttura portuale di Gioia Tauro”, dove si afferma «con forza l’interesse generale di tutto il Consiglio regionale su questioni strategiche che incidono sullo sviluppo della Calabria», in difesa, ha commentato lo stesso presidente della Regione, Roberto Occhiuto, della «più grande infrastruttura logistica della regione e dell’Italia».

L’auspicio: «Venga coinvolto il governo nazionale»

Riguardo alla suddetta mozione, l’Associazione fra ex consiglieri regionali esprime soddisfazione per l’iniziativa dei capigruppo di maggioranza e di minoranza, soprattutto perché è approdata la questione del Porto di Gioia Tauro nel massimo consesso democratico calabrese. Il presidente dell’Associazione, Stefano Arturo Priolo, auspica che seguano alla stessa mozione azioni politiche concrete, coinvolgendo il Governo nazionale, affinché possa esserci una deroga alla direttiva Ue.

Soprattutto, sempre secondo Priolo, «la mozione approvata all’unanimità apra la strada ad un’ampia e approfondita discussione in Consiglio regionale, in particolare crei i presupposti per proporre serie prospettive di sviluppo strutturale ed autosostenibile a livello regionale attraverso un progetto strategico integrato per Gioia Tauro».

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