Quei giovani che vogliono vivere la banchina reggina

di Giorgio Gatto Costantino – La tenda ministeriale della protezione civile innalzata al porto rappresenta “l’aula magna” della grande scuola di vita che ogni sbarco si porta dietro. Sono ormai migliaia i migranti dalla pelle scura che silenziosamente hanno già sostato sotto la cupola in attesa di essere rifocillati, vestiti e medicati per poi partire nuovamente verso mete a loro sconosciute e incomprensibili, ma sicuramente migliori dei luoghi in cui le loro radici stavano seccando miseramente. Quelle vite umane rannicchiate sui talloni che guardano il mondo dal basso in alto con paziente rassegnazione ma senza vittimismo trovano il conforto dei pontefici del terzo millennio, quell’insieme di giovani e anziani che si ritrovano fra mille difficoltà e imprevisti – utili a ricordare che in fin dei conti siamo tutti solamente esseri umani e non supereroi – appunto per gettare ponti e non per alzare muri e dare le risposte minime utili ad alimentare ancora la speranza, sorreggerla affinché la stanchezza non degeneri in disperazione. Un succo di frutta, un paio di ciabatte, una sosta nella fretta dell’efficienza risolutoria diventano ciambelle di salvataggio.

Il lavoro di accoglienza al porto di Reggio Calabria nel tempo è diventato un punto di riferimento nazionale. Non solo e non tanto per l’utilità contingente che si esaurisce nella gestione dell’emergenza quanto per l’aspetto educativo e formativo che esso si porta dentro. L’esperienza maturata in almeno 4 anni di presenza costante prima, durante e dopo gli sbarchi ha generato un’autorevolezza riconosciuta e ricercata sia in Italia che all’estero. Perché prima di agire c’è bisogno di capire e per farlo servono persone che si portano addosso i segni dell’esperienza. Nella nostra aula magna si ritrovano i gruppi di scout maggiorenni che chiedono di poter fare servizio in collaborazione con il coordinamento e in accordo con le autorità della prefettura.

La logica è sempre quella della formazione e della condivisione: imparare facendo. A maggio sono arrivati gli scout di Cosenza, a giugno quelli di Caserta. Tra luglio e agosto sono attesi quelli di Albinea (Reggio Emilia), Forlì, Sassuolo e Senigallia, i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII e i blasonatissimi rovers del Milano 2, gli eredi per nome e discendenza delle mitiche “Aquile Randagie”, gli scout clandestini che si opposero al fascismo. Per tutti ci sarà non solo spazio, modo e tempo per partecipare alle attività di assistenza. Ma soprattutto ci sarà l’occasione per apprendere il mestiere di vivere da maestri eccezionali: i profughi.

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