Avvenire di Calabria

Il terremoto nel Centro Italia e l’esperienza di un secolo fa in Calabria e Sicilia

Rinascita «dall’apocalisse sismica» del tessuto socio-religioso

Redazione Web

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di Giuseppe Salvatore Minutoli * - Dall'esperienza del sisma del 1908, una testimonianza sulle coordinate per la ricostruzione.

Premessa. Il terremoto come trauma collettivo.
Le drammatiche immagini di queste settimane che provengono dal Centro Italia, martoriato da un devastante sisma, richiamano altri traumatici eventi che hanno interessato con singolare periodicità nei decenni scorsi la nostra nazione. Eventi del genere, nella loro “unicità”, possono avere diverse chiavi di lettura. Una delle tante è quella che guarda all’evento- terremoto come ad un trauma collettivo, capace di distruggere in pochi attimi non solo la realtà materiale come case, edifici pubblici, beni privati, ma anche di destrutturare (a volte per lungo tempo) un tessuto sociale, culturale, religioso, facendo venir meno determinati punti di riferimento anche spaziali di una comunità umana (Sergio Todesco ha icasticamente parlato di “domesticazione” o riappropriazione del territorio da parte dei superstiti). In tal senso, è illuminante l’esperienza di quanto avvenne oltre un secolo fa tra Sicilia Orientale e Calabria il 28 dicembre 1908 e che consente di verificare nella prassi il ruolo svolto dalla Chiesa e dai valori religiosi dei sopravvissuti nella ristrutturazione della loro società distrutta.
L’impatto del terremoto sulla società civile e religiosa. L’”apocalisse” sismica.Quel tremendo sisma aveva letteralmente annientato due fiorenti città come Messina e Reggio Calabria dal punto di vista materiale e umano, con un’altissima percentuale di case distrutte e una popolazione pressoché decimata. La situazione materiale (con immensi cumuli di macerie che ostruivano letteralmente le strade, e decine di migliaia di cadaveri insepolti) avevano spinto le autorità statali a ipotizzare la morte definitiva di quei luoghi e la ricostruzione altrove dei centri urbani, tanto da limitare o bloccare per un sia pur breve periodo la distribuzione dei viveri, per costringere i riottosi superstiti ad andare via. Ma il sisma, oltre a causare danni materiali, aveva anche destrutturato una società, una trama di rapporti familiari, sociali, economici, culturali. In effetti, era difficilmente misurabile l’impatto psicologico del terremoto sui superstiti, troppo catastrofico e terrificante era stato quell’evento, con la visione di una città prima vitale e subito dopo pressoché distrutta, la promiscuità tra vivi e morti, le indicibili sofferenze di chi tentava di sopravvivere in attesa dei soccorsi, il freddo e la fame, le notti all’addiaccio o in ricoveri di fortuna sotto la pioggia battente, con il terrore di nuove scosse, l’odore sempre più penetrante ed insopportabile della morte e della putrefazione, il caos che lentamente si tentava di ricomporre in un ordine imposto con la legge marziale. I cronisti, testimoni oculari di una catastrofe superiore ad ogni immaginazione, raccontano di una città spettrale e di superstiti annichiliti e sconvolti: “Ormai lungo la via l’aria è ammorbata dal puzzo dei cadaveri e tra i feriti si diffonde la cancrena (…). La fame è terribile. Bande di ladri imperversano. I cani divorano i cadaveri. La disperazione, specie per l’assoluta mancanza di soccorsi, è indescrivibile. A Reggio tutto è sfasciato, crollato, precipitato. (…) Per di più piove a torrenti” (Corriere della sera dell’1 gennaio 1909). Per la disperata esigenza di sopravvivenza, “in Calabria furono gli stessi parroci dei paesi distrutti a guidare i parrocchiani nella disperata ricerca di cibo e di aiuto e calarono su Reggio. Definiti facinorosi dai giornali dell’epoca, questi poveri preti di campagna erano invece i veri e più energici capi naturali sui quali la derelitta popolazione calabra aveva sempre potuto contare (S. Attanasio, 28 dicembre 1908. Terremoto, Milano, 1988). Analoghi i racconti dei superstiti. In quei tristi giorni di gennaio, come scriveva don Salvatore De Lorenzo, parroco della Chiesa della Candelora in Reggio Calabria, “(…) tuttora annientati dall’im­manità della sventura, ci aggiravamo raminghi per le macerie, chiedenti e distribuenti qualche soccorso agli affamati e nudi nostri concittadini. Reggio piangeva sotto la sferza dell’ira divina. I morti erano sparsi per le vie, il puzzo de’ cadaveri putrefatti ammorbava l’ambiente, il cielo versava piogge ininterrotte sulle case diroccate, su qualche residua stanza cadente, sulle malconcie baracche improvvisate e le scosse si susseguivano, e il terrore e il pianto non accennavano a cessare, aggiungendosi anche lo spauracchio della fame e dell’abbandono della città. Tutta la città offriva questo misero spettacolo ed udivasi da ogni parte pene ed angosce inenarrabili in mezzo al succedersi delle scosse telluriche, in mezzo al diluvio di pioggia che cadeva dal cielo”. Mesi dopo, lo sconforto e il disorientamento aumentavano quando, nel maggio 1909, avevano iniziato a udirsi “colpi fragorosi che l’eco sinistramente ripete. E’ la dinamite che comincia a completare l’opera di distruzione del terremoto (...) Avantieri crollarono così, quasi contemporaneamente, due chiese: la nobile arciconfraternita dei Bianchi, detta il Santo Cristo, e la popolarissima parrocchia di S. Lucia (….) Il rione omonimo non è più, il Corso è una desolazione, il Duomo è distrutto!”. Ulteriori simboli (ormai ridotti in rovina) e punti di riferimento della pregressa vita sociale, civile e religiosa che venivano meno. In effetti, è stato notato (Luigi Lombardi Satriani) come i terremoti, come le altre catastrofi che assumono una dimensione immensa e che proiettano la realtà in una condizione eccezionale, comportano anche uno sconvolgimento antropologico, posto che le categorie culturali, le norme e qualsiasi forma di regolamentazione sociale vengono trasformate repentinamente e sospese temporaneamente nella loro vigenza: “i terremotati, esposti ad un radicale processo di deculturazione, devastati nel loro habitat naturale, non meno devastati in quello culturale, possono cadere in quella condizione di ebetudine stuporosa” descritta per coloro che vengono colpiti dalla morte di una persona cara. In sostanza, si era verificata una apocalisse culturale ma anche psicopatologica, di vissuto da fine del mondo senza ritorno, nella quale la morte arrivava d’improvviso e colpiva a caso, spazzando via ogni regola (Sergio Todesco). “Eravamo ricacciati allo stato di natura: con le pareti delle case abolite, col passato di ognuno abolito, pareva fosse scomparso ogni pudore” (Reportage del 17 gennaio 1909 de “La Tribuna”). Da una tale complessa situazione non era andata esente la Chiesa reggina, duramente colpita dal sisma, decimata nei suoi ranghi e schiacciata nelle sue attività: oltre trenta sacerdoti avevano trovato la morte sotto le macerie, mentre si andava diffondendo un generale sentimento di prostrazione, fisica e psichica, che rendeva ogni azione pastorale assai difficile, da parte di un clero “oppresso e piangente, intonse le chiome e la barba, ricoperto d’abiti non suoi” (Salvatore De Lorenzo).
La rinascita materiale e spirituale. Eppure, in mezzo a tanta distruzione e sconforto, la vita civile, ma anche quella religiosa, iniziava faticosamente a riprendere vigore, tra mille disagi: i baraccamenti iniziavano a prendere forma, dando luogo ad una “città di legno” che, con la sua nuova strutturazione e la sua singolare forma costituiva il segno di una rinascita in itinere. Sintomatica di questo nuovo spirito di rinascita è, tra gli altri, l’esperienza di “Reggio Nuova”, il settimanale della Diocesi che inizia le sue pubblicazioni il 20 marzo 1909, neanche tre mesi dopo il terribile sisma. L’editoriale di apertura, riconducibile al Direttore, il can. Prof. Giorgio Calabrò, illustra significativamente il programma del giornale ed esprime appieno l’incredibile voglia di rinascita dei superstiti e, in questo contesto, il ruolo trainante della pur decimata Chiesa reggina, che intendeva riassurgere a guida morale e spirituale di una società destrutturata e disorientata: “(…) Reggio risorgerà! Questo grido echeggiò fatidico nella solenne tornata del Parlamento italiano, pronunciato dal capo del Governo. (…). Quale campo e quali battaglie, mio Dio? Reggio nostra non è che un ammasso immenso di macerie…. Ebbene, su questo campo desolato scenderemo, pionieri ed apostoli dell’idea e del sentimento che Reggio nostra debba risorgere al più presto e le nostre battaglie saranno pel risorgimento materiale, economico e spirituale della nostra città e delle nostre contrade. (…).Reggio Nuova sarà la voce che esigerà insistentemente dalle autorità locali e superiori l’adempimento del proprio dovere, la realizzazione delle formali promesse (…). Reggio Nuova sarà lo stimolo per ridestare le sopite energie economico-sociali del nostro paese (...). Reggio Nuova sarà la palestra dei giovani volenterosi che dovranno essere gli uomini di domani (…)”. Quel settimanale riuscirà, soprattutto nei primi tempi, ad esprimere l’immagine di una Chiesa che, in parte annientata nelle sue energie, intelligenze ed opere, purtuttavia intendeva farsi voce attenta e vigile delle esigenze dei superstiti, non rinunciando a campagne di denuncia contro ritardi, manchevolezze e contraddizioni dell’opera del Governo nazionale e locale.Tutto ciò posto, c’è chi si è chiesto come si ricostruisca una società ed una cultura così profondamente devastati. La risposta è stata trovata nella rifondazione delle sue coordinate, sia di carattere materiale, ma anche e soprattutto consistenti nel sistema di segni, nei parametri di riferimento (Sergio Todesco). Ed in tale contesto anche il recupero dei valori religiosi, dei simboli e dei luoghi del culto, dei momenti di aggregazione e di ritualità hanno la loro fondamentale importanza: da qui le prime processioni, soprattutto in occasione delle festività pasquali del 1909, le prime rudimentali feste religiose e popolari organizzate spontaneamente, nel contesto di quella che è stata chiamata domesticazione o appaesamento del territorio: la comunità, percorrendo gli spazi devastati dalle rovine, rifondava ex novo i luoghi ed i riferimenti che il sisma aveva eliminato, riducendo o annullando al contempo il rischio di muoversi dentro spazi alieni o privi di memoria (ancora Todesco). La cronaca di ciò che successe nel settembre 1909, a soli nove mesi dal sisma ed a città ancora pressoché distrutta, è sintomatica di tale processo spontaneo di rielaborazione e recupero della propria memoria e del proprio territorio: in quel contesto di morte e di dolore, infatti, “a nessuno poteva venire in mente di festeggiare la tradizionale festa di Madonna” della Consolazione, Patrona della città: “vi erano problemi molto gravi di sopravvivenza che andavano affrontati prima che arrivasse l’inverno. Eppure, è stato sufficiente un annuncio dell’Autorità ecclesiastica che per la ricorrenza della Festa di Madonna sarebbero state assicurate le funzioni sacre nella baracca-Cattedrale perché si assistesse, nei quattro tradizionali giorni di festa, ad un continuo pellegrinaggio dell’afflitto popolo reggino verso la Cattedrale dove era esposta la Sacra Effigie della Madonna della Consolazione e di gente accorsa da ogni dove, dalla provincia e persino dalla vicina Sicilia. I reggini pretesero allora anche la processione del venerato Quadro. “Spettacolo sublime e insieme doloroso! Non musiche, non fiori, non spari, non la usata entusiastica allegria che brillava negli occhi scintillanti e infiorava a tutti il sorriso, ma gravi canti di sacerdoti e pie cantilene di popolane, lagrime ardenti della gente in gran parte abbrunata ed erompente di tempo in tempo il grido tradizionale di “Viva Maria!” che echeggiava come un gemito nei deserti palazzi crollati, dai cui balconi migliaia e migliaia di signore solevano un giorno assistere festanti alla grandiosa processione. Solo dall’alto le campane della cattedrale squillavano con la nota giocondità e parevano un monito solenne che venisse dal cielo: tutto passa nel mondo, solo la fede vive immortale; ed anche giace prostrata nella polvere la bellezza, la grandezza, la potenza di una illustre città, resta la fede che ci incoraggia a vivere, malgrado la grande sventura, gli infelici superstiti, li trattiene amorosamente a ricostruirsi un nido tra le rovine della patria e, con rosea mano mostra loro non lontano un migliore avvenire” (Reggio Nuova, settembre 1909). Nell’ambito di un’opera di ricostruzione anche materiale dei luoghi di culto, della quale era protagonista il nuovo Arcivescovo, il camilliano Rousset, la ripresa dell’attività pastorale era un segno tangibile del tentativo di uscire dall’emergenza verso una sempre più definita normalità. Ad esempio, nel maggio 1909, nella baracca del Presidente signor Luigi Assumma si erano riuniti per la prima volta dopo il disastro i giovani superstiti del Circolo San Paolo, per ricordare i dodici soci deceduti sotto le macerie, ivi compreso l’assistente ecclesiastico Mons. Cotroneo, e per cercare di “provvedere ad una sede degna del sodalizio, per poter continuare in un’azione cattolica costante per quanto necessaria in queste terre desolate”, nominando un’apposita commissione. Di fondamentale importanza, poi, per evitare la dispersione della memoria e dei valori e la “desertificazione” umana del territorio è stata l’opera di assistenza per i fanciulli abbandonati e per l’educazione della gioventù da parte della Chiesa, che appare quasi in concorrenza con analoghe iniziative di stampo governativo o laicista o peggio di ispirazione massonica: in tale contesto si collocano le preoccupazioni per la sorte degli orfani del terremoto da parte delle gerarchie vaticane e l’instancabile ed immediata attività di don Luigi Orione che, giunto in Calabria e poi in Sicilia nei primissimi giorni del 1909, anche su mandato del Papa. Un’opera tanto fattiva e incessante, da indurre Pio X a nominare don Orione vicario generale della Diocesi di Messina, ove restò sino al 1912. A cinque mesi dalla tragica alba del 28 dicembre 1909, “ridestasi il soffio della vita nuova intorno alla cara città distrutta”. Il 28 maggio 1909 don Salvatore De Lorenzo scriveva su Reggio Nuova un articolo in occasione dell’onomastico di Mons. Emilio Cottafavi, “nobile figlio di Reggio Emilia, da noi conosciuto ed apprezzato nell’ultima Settimana sociale di Palermo non solo come illustre conferenziere, ma anche come valoroso organizzatore di un’estesa rete di associazioni di indole economico-sociale nell’Emiliano” e che era stato poi nominato delegato pontificio da Pio X per la ricostruzione delle chiese distrutte ed “era approdato alle nostre spiagge con una nave pontificia per raccogliere gli orfani del terremoto che la pietà del comune Padre de’ fedeli distribuiva nei più accreditati istituti di Roma”. L’augurio all’illustre inviato del Papa era che nella città distrutta “all’aridità della morte dovrà succedersi fra non molto, mediante l’opera vostra, la vita più rigogliosa religioso-sociale”. Vero è che “il clero che troverete è quello stesso che, decimato di valenti energie, oppresso e piangente (…) voi trovaste nei primi giorni del disastro”, ma che già iniziava a manifestare nuova vitalità “al soffio nuovo della vita da voi comunicatagli e che dedica a voi fin da oggi il proprio ingegno, le proprie energie, la propria collaborazione con voi sino alla morte per la risurrezione completa del nostro paese”.

*Presidente sezione tribunale Messina

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