Avvenire di Calabria

Sulla questione interviene l'arcivescovo di Cassano allo Jonio, delegato Cec per la pastorale sanitaria

Salute mentale, Savino: «È necessario prendere coscienza»

di Francesco Savino *

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Per quanto il paradigma di approccio normativo e culturale sulle questioni inerenti la salute mentale in Italia sia totalmente cambiato a partire dal 1978 (Legge Basaglia), la questione resta complessa ed articolata e tutta da rivedere anche alla luce della catastrofe pandemica che abbiamo vissuto. In Calabria le falle del Sistema Sanitario sono non solo evidenti ma preoccupanti perché mentre si ricostruisce il puzzle della gestione, in parte commissariata, in parte affidata nelle competenze al governo regionale, si allarga l’ombra della privatizzazione, dell’emigrazione per la cura o, nel più infelice dei casi, si continua a morire nell’indifferenza di un sistema che non può e non sa più reggersi sulla straordinarietà di un decreto.

Lo dice l'Oms, la salute mentale è una priorità

L’ultimo rapporto di salute mentale (SISM) riferito all’anno 2019 e pubblicato dal Ministero della Salute lo scorso giugno, evidenzia quanto sia ormai necessario programmare nell’ambito dei vari interventi sanitari, anche quelli relativi alla gestione ed alla tutela della salute mentale, seguendo le indicazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che, ormai da anni, analizza e studia queste problematiche in termini di “burden of disease”, impatto della patologia. Rispetto a questo rapporto nel 2019 in Calabria si contavano 21.197 accessi in pronto soccorso per disturbi collegati alla salute mentale e, in generale e numericamente, la Calabria con il suo sistema sanitario ammaccato, sembrerebbe una regione virtuosa poiché insieme ad altre regioni Liguria, Piemonte, Puglia ed Emilia Romagna, continua ad avere il tasso più elevato di pazienti assistiti ed in assoluto il tasso più alto di strutture territoriali psichiatriche. Il grande inganno nasce però da una mera consolazione e cioè dalla constatazione che gran parte dei pazienti con DM è trattata esclusivamente con farmaci, per una spesa lorda stimata, nella nostra regione, intorno ai 10 milioni di euro con più di 1 milione di confezioni vendute. Questo dato è inversamente proporzionale alla spesa in termini di risorse umane spendibili per trattare questi disturbi che si attesta ben al di sotto della media nazionale.

In Calabria? manca una visione

Ragionare sui dati è importante per comprendere meglio quali potrebbero essere i motivi di intervento e le eventuali implementazioni lì dove, deficienze di sistema, impongono una azione urgente ed un cambiamento di rotta necessario. Bene che la Legge Basaglia abbia fotografato le realtà scandalose dei manicomi restituendoci una analisi antropologica e disumana di ciò che significasse viverli (penso al libro Morire di Classe proprio a cura dei coniugi Basaglia), non bene che a distanza di oltre 40 anni, in Calabria si assista ancora ad una grave carenza di strutture residenziali e semiresidenziali disposte ad accogliere ed a far fronte ad un bisogno in continua evoluzione e crescita. Questi trend discordanti ci spingono a ricondurre il tutto alla carenza di risorse (economiche ed umane) che è l’annosa questione della gestione della cosa pubblica in Calabria. Mi perdonerete se a questa realtà risaputa e lapalissiana, aggiungo una mancanza totale di visione. Le malattie mentali in Calabria sono ancora lo spauracchio di una vergogna antica e non la consapevolezza di una forma più o meno complessa di sensibilità agli eventi della vita, di fragilità, spesso di solitudine. Quello che sembra mancare è una forma di auto-mutuo-aiuto per creare una vera e propria “filiera diagnostica” che segua i pazienti in maniera strutturata e continua, che non li lasci in balia solo di un approccio farmacologico ma che li aiuti a ricostituirsi come essere umano bisognoso di cura. Per avvalorare la mia tesi basterebbe citare la miriade di studi dimostrati circa l’importanza degli interventi psicologici e psicoterapeutici ma il mio interesse sembrerebbe quello di colpevolizzare le case farmaceutiche quando basterebbe solo ripensare ad una forma integrativa che analizzi caso per caso e restituisca dignità al malato. Senza sognare troppo in grande, basterebbe solo adeguarsi al PANSM (Piano di azioni nazionali per la salute mentale siglato in “Conferenza Unificata il 13 gennaio 2013), utilizzarlo eticamente come strumento indispensabile nella gestione di questo tipo di patologie e verificarne l’effettiva validità con un follow-up serio di diagnosi, cura e riabilitazione. Il rischio è quello che pazienti e famiglie che già sperimentano il dramma dell’incomprensione sociale, si trovino a dover fronteggiare anche quello della solitudine istituzionale, il tutto acuito dalla disoccupazione e dai vari svantaggi sociali.

I disagi aumentati con la pandemia

La pandemia da Covid-19 provvederà ad aumentare questi disagi, già classificati come DMC (disturbo mentale comune) e se non saremo pronti a fronteggiare dal basso questa nuova emergenza che determina e congestiona anche quella economica (sia come costi diretti che come perdita di produttività) perderemo ancora una volta l’occasione di uscire dal baratro dell’indifferenza.

Si rende necessario, pertanto, un piano di interventi che si snodino lungo alcune direttrici principali. In primo luogo è necessaria una ri-configurazione dell’attuale sistema di offerta di servizi e interventi sociosanitari, mediante soluzioni organizzative che favoriscano una maggiore interconnessione e radicamento dei Servizi con le comunità ed attraverso la definizione di modelli di cura e di residenzialità flessibili e modulari in relazione all’intensità e al carico assistenziale. In secondo luogo, è necessaria l'implementazione del lavoro di tipo comunitario, con la sperimentazione del “budget di salute”, inteso come strumento per l'impiego di risorse con un forte orientamento progettuale e multidimensionale.

Una sana programmazione delle risorse economiche e professionali

In terzo luogo è necessario attuare una programmazione delle risorse economiche e professionali con una chiara visione strategica che sia condivisa da tutti i portatori di interesse (qualche indicazione di merito si spera giunga dal Piano di Ripresa e Resilienza). In questo senso, è imprescindibile un coordinamento ed una integrazione tra servizi, ma anche tra operatori, utenti, familiari, associazioni, Enti del Terzo Settore, comunità locale. In ultima analisi è necessario un approfondimento sulle problematiche che riguardano la fascia minorile e adolescenziale, sotto il profilo della prevenzione e interventi precoci a carattere psicologico e psicosociale.

Anche per la salute mentale, riaffermare la centralità della programmazione

A tal proposito risulta basilare l’approccio comunitario focalizzato sulla promozione della salute e degli stili di vita sani, in una fascia di età in cui ha esordio la prevalenza di disturbi psichici. Ancor di più nell'attuale fase post-pandemica, appare importante la gestione dei disordini da stress post traumatico che coinvolgono sia le persone che hanno sperimentato la malattia, sia i loro cari, ma anche gli operatori sanitari. La post-modernità accresce i bisogni e la domanda di salute, dall’altra storiche carenze strutturali regionali unitamente al post-welfarismo restringono le tutele necessarie imponendo alla sanità ragionamenti da marginalismo economico. È il momento di riaffermare la centralità della programmazione, ripensandola: dagli obiettivi di razionamento e di gestione a quelli di salute. Un’altra programmazione vuol dire un’altra politica. Mantenere il “sistema invariante” è un pessimo affare.

* delegato dalla Conferenza episcopale Calabra per la pastorale sanitaria

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