Scalabrini, il santo dei fratelli migranti

Il fondatore degli “scalabriniani” sarà proclamato santo da papa Francesco il 9 ottobre

Esattamente venticinque anni fa, il 9 novembre 1997, il Santo papa Giovanni Paolo II proclamava Beato e «Padre dei migranti» il vescovo Giovanni Battista Scalabrini (8 luglio 1839 – 1 giugno 1905). Ordinato sacerdote nel 1863, era stato nominato vescovo di Piacenza all’età di 36 anni. Aveva speso la vita per «farsi tutto a tutti».

Scalabrini aveva fondato la Congregazione dei Missionari di San Carlo (Scalabriniani) e quella delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane) per l’assistenza dei migranti. Il 21 maggio 2022, data in cui si celebra la memoria liturgica dell’arrivo di San Paolo a Reggio Calabria, citato in Atti degli apostoli 28,13, mentre si chiudeva un seminario di studio sul Beato vescovo Giovanni Battista Scalabrini e le migrazioni, nel Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria, giungeva la notizia che papa Francesco aveva deciso di procedere alla canonizzazione di Scalabrini.


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Nel Concistoro del successivo 27 agosto, il Santo Padre annunciava di aver scelto la data di domenica 9 ottobre per proclamare Santo Scalabrini e, così, additarlo alla Chiesa universale come «Padre dei migranti»: un nuovo santo per le periferie esistenziali del mondo!

Scalabrini Santo: il vescovo “pioniere” della pastorale dei migranti

In effetti, a cavallo tra 1800 e 1900, oltre alla cura pastorale della sua diocesi, Piacenza, e alle tante questioni sociali, religiose e persino politiche del suo tempo, il vescovo Scalabrini era stato pioniere nella pastorale dei migranti sotto diversi punti di vista. Anzitutto era stato profeta nel considerare il fatto migratorio in tutti i suoi aspetti religiosi, sociali, giuridici, culturali ed economici e coin­volgendo clero, laicato, uomini e donne di buona volontà, per la promozione dei migranti e la tutela dei loro diritti.

Da qui Scalabrini aveva maturato la convinzione che l’emigrazione fosse legge di natura e come tale non poteva essere impedita o forzata, ma doveva essere regolamentata per il bene comune sia della società di partenza che di quella di arrivo. E, tuttavia, ci teneva a precisare che se l’emigrazione era un diritto naturale della persona, non doveva essere riconosciuto il diritto di chi provocava, alimentava e sfruttava l’emigrazione. In tal modo apriva la sua «guerra implacabile ai sensali di carne umana”, “fiutatori di cadaveri», persone senza scrupoli che si arricchivano sulle disgrazie dei migranti e lanciava uno slogan: «Libertà di emigrare ma non di far emigrare».

La sua “visione” del mondo, ancora attuale

Scalabrini era stato antesignano anche nel situare le migrazioni in un quadro socio-politico, vedendo che la gestione del fenomeno doveva essere condotta in modo “politico”, cioè attraverso normative statali. Non si trattava di fare leggi belle o brutte, ma leggi realizzabili e concrete, che riuscissero a gestire in modo positivo una realtà in netta esplosione. Poi, Scalabrini aveva intuito che i migranti avevano bisogno di mantenere un collegamento vitale con la loro cultura d’origine per dare un contributo nella nuova società, dove sperimentavano il trapianto e l’integrazione.

Diceva che, per il povero, «la patria è la terra che gli dà il pane», ma affermava anche che il patrimonio originario del migrante non doveva andare perduto, ma andava rinvigorito e immesso nella società di accoglienza. E aveva voluto pensare anche alla dimensione religiosa dei migranti, che gli scrivevano: «ci mandi un prete perché qui si vive e si muore come bestie».

La missione, prerogativa di ogni uomo

In ogni caso, Scalabrini non risparmiava energie nell’incoraggiare i suoi collaboratori ad essere attivi contro le ingiu­stizie e per la causa delle persone più vulnerabili, come i sordomuti, gli operai, le donne mondariso, i migranti. Ed era stato profeta anche con i suoi preti, spiegando che il missionario “non è soltanto l’uomo di Chiesa, l’uomo di Dio; egli è l’uomo sociale per eccellenza”. In quanto vescovo, Scalabrini superava la visione del suo tempo, che vedeva il clero come un élite, e incoraggiava il “servizio” ai più poveri, proponendo una “conversione culturale” del clero verso le masse operaie, convinto che «dov’è il popolo, ivi è la Chiesa, perché la Chiesa è la madre, l’amica, la protettrice del popolo, e per esso avrà sempre una parola, un sorriso, una benedizione».


PER APPROFONDIRE: Accoglienza migranti a Reggio Calabria, tra passato e presente


Donne e uomini autenticamente consacrati a Dio, nel pensiero di Scalabrini, erano coloro che si erano innamorati di Gesù Cristo e, per imitarlo, erano disposti a «lavorare, affaticarsi, sacrificarsi in tutti i modi per dilatare quaggiù il regno di Dio e salvare le anime; mettersi, dirò così, in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso di fargli del bene».

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