Spagna: card. Cobo (Madrid), “il ricordo di 11-M ci fa sperare che le persone di pace siano di più di quelle violente”

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La tragedia causata dagli attentati terroristici di vent’anni fa a Madrid, con 192 morti e migliaia di feriti, può essere guardata con gli occhi di chi crede: è quanto ha suggerito di fare, stamattina, nell’omelia pronunciata durante la messa funebre per il ventennale dell’11-M l’arcivescovo di Madrid, card. José Cobo Cano. “Dallo sguardo credente la prima cosa che emerge, paradossalmente, è il ringraziamento – ha sostenuto –. Ovviamente non si tratta di ringraziare per quanto accaduto. Siamo grati perché, alla luce della tragedia, comprendiamo e ci rendiamo conto ancora di più del valore della vita, di tanta benedizione che spesso diamo per scontata e passiamo inosservata. Ringraziamo per l’amore che ci ha unito e ci unisce ai nostri cari. Per le loro vite. Per il segno indelebile che ci hanno lasciato. E anche per chi, spesso nell’anonimato, spende la propria vita affinché gli altri possano vivere in pace”.
La seconda cosa che emerge è “una richiesta di perdono. Ancora una volta e soprattutto in questo momento. Perdono perché in un mondo come il nostro, in cui gli esseri umani sono capaci di tanta bellezza e possibilità, sono anche capaci di seminare tanto dolore e distruzione. Il terrorismo, il ricorso alla violenza, è un modo sbagliato e destinato a fallire di affrontare i conflitti”.
Il terzo aspetto è un “impegno alla conversione”. Coincidendo con il tempo della Quaresima, “che per i credenti è un tempo che invita a cambiare il cuore e comporta talvolta un cambiamento di rotta e la modifica delle abitudini del cuore”, significa “passare da un atteggiamento violento alla pace, dall’odio o dalle infamie sistematiche alla misericordia, dall’indifferenza alla vicinanza, dalla lontananza alla convivenza gentile e impegnata con l’altro e con i suoi bisogni”.
Altre volte la conversione è “crescita”: “Dobbiamo crescere in umanità – l’invito del cardinale –. Una politica che vola basso e una visione a breve termine e interessata non sono sufficienti. Abbiamo urgentemente bisogno di un vero dialogo da parte di coloro che sono disposti ad ascoltare e parlare. In questo ordine. Non basta una lieve preoccupazione per il bene comune”.
Infine, ha concluso, “questo sguardo al passato non deve essere uno sguardo che vi resta intrappolato. Guardare al passato deve impegnarci verso il futuro. E questo è ciò che chiamiamo speranza. Il ricordo che condividiamo oggi ci fa vibrare di una doppia speranza: che le persone di pace avranno più forza delle persone violente e che la speranza non si fondi solo sulla storia di questo mondo. È virtù teologale. Questa è anche e soprattutto la speranza che la morte non abbia l’ultima parola”.

Fonte: Agensir
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