Un giovane della Comunità Ministeriale: «Boss non sono ‘modelli’»

«Si può cambiare, però dobbiamo farlo tutti. La ‘ndrangheta da soli non si sconfiggerà mai». Sono parole pronunciate da un ragazzo della Comunità Ministeriale di Reggio Calabria. Li abbiamo incontrati al rientro dal primo campo estivo della loro vita. Giovanni e Pasquale (nomi di fantasia) ci raccontano della loro esperienza con Libera a Condofuri (Reggio Calabria). «Abbiamo ascoltato tante testimonianze – ci dice Giovanni – più che un campo-lavoro, per noi è stata formazione». Entrambi vivono la prova della detenzione presso la Comunità ministeriale da diversi mesi. Ma quali storie hanno sentito a Condofuri? «Su delle famiglie calabresi – prosegue Giovanni – che sono vittime di mafia». Il tema è ostico, ma i due non hanno paura a trattarlo con semplicità:

«Ci ha colpito “come” raccontavano la loro storia – spiega Pasquale – se devo indicarne una, penso alla testimonianza di Liliana, mamma di Massimiliano Carbone, ucciso dai clan nel 2002». Dopo questo momento di condivisione, i ragazzi hanno svolto una “camminata” di tredici chilometri fino a giungere ad una lapide, quella di Adolfo – Lollò – Cartisano, fotografo ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1993. Oltre l’ascolto anche l’azione: due murales della “legalità” dedicati al giudice Antonino Scopelliti e l’attività sportiva in un campetto sorto su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta. Gli chiediamo se conoscevano, prima, la figura del magistrato ucciso dalla mafia ed entrambi ci rispondono di no. Eppure di mafia si parla tanto e spesso anche «a sproposito» ci dicono rivolgendosi all’attività dei giornalisti. Questo – secondo loro – crea delle «idee sbagliate» come è emerso dal confronto con gli altri ragazzi dei gruppi scout di Pisa presenti a Condofuri con loro al campo di Libera. L’associazione di don Ciotti conosciuta «solo qua dentro (dopo la detenzione, ndr)», dice Pasquale. «Non avevo mai pensato al male fatto dalla ‘ndrangheta – afferma Giovanni – non mi ero mai messo dalla parte delle vittime». Anche perché quello è un ruolo scomodo che inchioda alle responsabilità i mafiosi: «Quelle persone, dopo aver subito l’omicidio di un loro parente, sono pure rimaste da sole».

Chiediamo loro se si sono chiesti il perché di questo “abbandono”: «Gli altri hanno paura», dice Pasquale. Nei loro racconti affermano con insistenza che il vero problema è l’assenza del lavoro, ma se gli obiettiamo che le cosche chiedono il pizzo, ci confermano che non sono certi che denuncerebbero i loro aguzzini: «Loro hanno “potere”, comandano tutto. E poi hanno i soldi, sono rispettati». La ‘ndrangheta è anche questo: fascino terribile. Ma i ragazzi – proprio in virtù della loro esperienza detentiva – non hanno dubbi nel dire che “loro”, i boss, «non sono i nostri punti di riferimento». Un piccolo passo in avanti, perché, conclude Giovanni «si può tranquillamente vivere rispettando delle regole».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

tecnologia
Immagine Human Prompt

Human Prompt

di Davide Imeneo

Articoli Correlati
Aula G
Spiegare la morte ai bambini

Come spiegare la morte ai bambini: l'importanza della verità e del supporto emotivo in famiglia

battesimo

In famigia - Il valore del Battesimo tra riscoperta della Grazia e importanza di festeggiare l’anniversario della rinascita

FINALE REGIONALE DAMA reggio calabria

Gli alunni dell’I. C. “Catanoso - De Gasperi - S. Sperato - Cardeto” conquistano la finale dei Giochi scolastici di dama

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email