Avvenire di Calabria

Vedere o capire?

Il cammino dopo la marcia

Davide Imeneo

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«Questo non è un territorio di ‘ndrangheta, ma è un pezzo di Italia ». Rosy Bindi, in effetti, ha ragione: in fondo è più corretto dire che è il Paese ad essere pesantemente condizionato dalla più grande holding criminale d’Europa. Lo Stato ha profuso, come ha sottolineato il Prefetto di Reggio Calabria, «le energie migliori ». È vero, ma è proprio lo Stato che deve cominciare a isolare le energie peggiori e imprimere un segnale di cambiamento: nella platea d’onore, seppur non in prima fila, vi erano alcuni politici, tutt’oggi indagati proprio per fatti correlati alla ‘ndrangheta. Vi erano anche pezzi importanti della magistratura e tantissima gente per bene. Si tratta della solita dicotomia fra il «vedere» un problema e «comprenderne » l’origine. Un’iniziativa sobria, interrotta dall’urlo del governatore regionale, Mario Oliverio. Un atto roboante come un tuono in un giorno di sole. Non basta gridare che la Calabria non è la «terra dell’omertà, ma l’approdo dell’amicizia», occorre parlare con i territori, visitarli, renderli parte attiva di un processo di sviluppo (se c’è). I giovani, usati come scudo della propria inefficienza – in modo bipartisan da quanti si sono susseguiti nella gestione della Cosa Pubblica – saranno gli stessi che lasceranno la Calabria «disarmati» e senza speranza di tornarci. Non basta parlare di «diritto alla tenerezza », come fa il sindaco metropolitano di Reggio Calabria. La tenerezza è un sentimento delicato, che va curato con attenzione. Ma di diritti negati nella città dello Stretto ve ne sono molti. Vi è un dato, che commentiamo nel nostro dossier, che certifica come l’investimento pubblico sulla prima infanzia è riconducibile al 2% dei fondi statali. È solo uno dei tanti motivi che giustificano l’ultimo posto di Reggio Calabria nella classifica sulla qualità della vita. Per aumentare il benessere non basta allestire una collezione di simboli. Spesso dietro a ciò che assume la connotazione di un totem dell’agone politico si nasconde l’incapacità di scrutare i reali problemi della cittadinanza. Simbolica la strumentalizzazione, ad esempio, della prima unione civile calabrese nel municipio reggino a pochi minuti dalla marcia contro la violenza sulle donne. Eppure è passato oltre un anno dal varo di quel documento e la percezione di perequazione sociale non è aumentata di una virgola. C’è sempre una differenza, anch’essa sottaciuta, tra il «parlare» di un’emergenza sociale ed «affrontarla». Mentre si organizzava la marcia di Reggio Calabria, a Cosenza una ragazza veniva obbligata a spogliarsi nel bagno della scuola da due suoi compagni di classe. No, non è sufficiente dire «basta», quando, come riporta Demoskopica, un reato di violenza di genere su quattro rimane ancora impunito.

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