Vivere la professione ospedaliera con spiritualità

di Giuseppe Sinopoli – «Giuro di mettere la mia vita al servizio della persona umana». È in questa sintesi esistenziale e professionale che si rinnova costantemente il miracolo dell’amore contestualizzato nell’universo delle patologie sanitarie e della sofferenza.
Un amore appassionante che si fa “casa” e “cuore” di chi, ferito dalla malattia e condizionato dalla paura, ha urgente bisogno di tornare alla vita della serenità e del sorriso.
Due doni, questi, che il cappellano degli Ospedali Riuniti “Bianchi–Melacrino–Morelli” di Reggio Calabria, don Stefano Iacopino ha saputo, con lo zelo che lo contraddistingue nell’azione pastorale, coinvolgere gli operatori ospedalieri e gli ammalati di ogni reparto per l’ascolto vicendevole, per spezzare il pane della Parola biblica e per pregare, manifestando così la tenerezza di Dio e l’esempio edificante della Vergine Maria. Ieri sera, alle ore 19, la tappa conclusiva di questo pellegrinaggio mariano nella Cappella dei Riuniti per la celebrazione Eucaristica, presieduta dallo stesso Cappellano e animata dal “Cenacolo Maria Consolatrice”, e il rinnovo del Giuramento degli infermieri.
«Che grande dono – ha sottolineato il Presidente celebrante durante l’omelia – ha fatto il Signore all’infermiere, e cioè quello di farsi prossimo per i fratelli, come il buon samaritano. Sempre dalla parte del sofferente e della solidarietà». Il che vuol dire rivitalizzare i genuini rapporti umani e le premure professionali con i malati, mediante l’accoglienza e il prendersi cura di essi con samaritana tenerezza, al di là di ogni condizione socio–etnica e religiosa; vuol dire mettere al centro la persona chi soffre e sintonizzarsi, in forma carismatica e profetica, con la profonda evoluzione culturale e scientifico–tecnologica e metodologiche che aiuti gli operatori sanitari a servire nel miglior modo possibile la propria missione a beneficio di chi vive nel disagio quotidiano della malattia. E ciò perché il concetto di malattia non è più configurabile con la letteratura della semplice patologia, rilevabile attraverso analisi di laboratorio e conseguenza di determinate scelte di vita, di spostamenti di valori e di errate gestioni dell’ambiente materiale umano. Né tanto meno essa viene concepita e subìta come una calamità da accettarsi quasi passivamente o come una fatalità che porta alla morte.
L’ospedale non è l’anticamera della morte, ma il luogo della speranza e della vita. Gli operatori pastorali, consci di questo, hanno voluto pronunciare di nuovo, con cuore umile e samaritano, il loro giuramento, perché i volti di chi è malato possano ritornare ad illuminarsi di serenità e di gioia della vita e dell’amore, spalancando nuovi orizzonti propositivi alla faticosa ed insieme seducente speranza di un domani sempre più sensibile ed umano.
Affidiamo ogni anelito e ogni gesto concreto dello nostro vivere a Maria, perché li presenti a Gesù e ritornino su noi e quanti incontriamo lungo il cammino come rugiada di grazie e benedizioni taumaturgiche. Con questo spirito missionario le giornate in corsia assumeranno una nuova connotazione per ciascun infermiere.

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