Nel giorno in cui si ricordano i 170 anni dalla nascita di Sigmund Freud, emergono gli intrecci storici e culturali che legano il fondatore della psicoanalisi alla città di Roma, luogo da lui profondamente studiato. Le visite nella Capitale hanno ispirato la sua concezione dell’inconscio, paragonato alle stratificazioni archeologiche dell’Urbe. La figura dello studioso austriaco si incrocia a distanza di anni con la biografia di Papa Francesco, il quale ha rivelato di essersi rivolto a una psicanalista ebrea durante il periodo della dittatura in Argentina, descrivendo un momento di apertura nel rapporto tra un futuro pontefice e la disciplina freudiana.
Il legame dello studioso con la Capitale
A Roma Sigmund Freud tornava quando poteva, e ogni volta con fatica…con la città di Romolo e Remo, infatti, intratteneva un rapporto che lui stesso definiva «profondamente nevrotico», perché, confidava al suo medico Max Schur, aveva una «debolezza per ciò che è preistorico», e quando finalmente arrivava andava a San Pietro in Vincoli, si fermava davanti al Mosè di Michelangelo, prendeva misure, schizzi, appunti. Sul patriarca di marmo scrisse un saggio nel 1914, lo pubblicò anonimo per pudore, lo riconobbe come proprio solo dieci anni dopo.
L’inconscio paragonato alle stratificazioni archeologiche
A 170 anni dalla nascita — che avvenne il 6 maggio 1856, a Freiberg in Moravia — quel legame offre una chiave di lettura per Il disagio della civiltà, scritto nel 1929, secondo il quale la capitale italiana diventa il modello dell’apparato psichico. Infatti Freud parla dell’«ipotesi fantastica che Roma non sia un abitato umano, ma un’entità psichica dal passato similmente lungo e ricco»: una città in cui non si cancella nulla e ogni epoca viene sovrapposta alle altre. Era la sua immagine dell’inconscio…il lavoro dell’analista somigliava per lui a quello dell’archeologo, tanto che a Stefan Zweig confessò di leggere più libri di archeologia che di psicologia. Nel suo studio — a Vienna fino al 1938, poi a Londra dopo l’esilio — accumulò oltre duemila reperti egizi, greci e romani, tenuti in vista durante le sedute.
Le pagine finali del Disagio osservavano che la civiltà occidentale era ormai capace di «sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo». Oggi quella diagnosi sull’aggressività e l’infelicità collettiva ci interroga.
Il dialogo inedito tra il futuro Pontefice e la dottoressa ebrea
Quasi ottant’anni più tardi, Jorge Mario Bergoglio racconta al sociologo Dominique Wolton, nel libro-intervista Politique et société del 2017, un episodio rimasto fino ad allora privato. Il futuro papa Francesco, allora padre provinciale dei gesuiti argentini, aveva 42 anni e l’Argentina viveva sotto la dittatura: «Ho consultato una psicanalista ebrea. Per sei mesi sono andato a casa sua una volta alla settimana per chiarire alcune cose» — sono parole sue — «Lei era medico e psicanalista, ed è sempre rimasta al suo posto. Poi un giorno, quando stava per morire, mi chiamò. Non per ricevere i sacramenti, dato che era ebrea, ma per un dialogo spirituale. Era una persona molto buona». Mai un vescovo di Roma aveva detto pubblicamente di essersi affidato a una discepola di Freud.
Le ceneri custodite in un reperto antico
Quando il padre della psicoanalisi morì a Londra nel 1939, le sue ceneri furono deposte in un cratere magnogreco del IV secolo avanti Cristo, regalo di Marie Bonaparte per il suo settantacinquesimo compleanno, il 6 maggio 1931.













