Il 26 aprile del 1986 ci fu il più grande disastro nucleare della storia. A distanza di quarant’anni chi c’era non può non ricordare l’accoglienza di bambini provenienti dalle aree contaminate dal disastro di Chernobyl che ha rappresentato, negli anni Novanta, un’importante pagina di solidarietà. Migliaia le famiglie italiane coinvolte. Tra queste, la famiglia Bellè di Villa San Giovanni ha partecipato attivamente al progetto dell’associazione Arcobaleno, aprendo le proprie porte a Dima, un bambino bielorusso che portava con sé i segni fisici e psicologici di una condizione complessa. La vicenda, nata come un’esperienza di soggiorno terapeutico, si è trasformata nel tempo in un legame affettivo stabile, capace di superare le distanze geografiche e le difficoltà burocratiche. A distanza di decenni, il rapporto tra la famiglia calabrese e Dima, oggi adulto, testimonia la concretezza di un gesto di apertura che ha segnato profondamente le vite di tutti i protagonisti.
L’adesione della famiglia Bellè al progetto
Era l’inizio degli anni Novanta quando un grande moto di solidarietà attraversò l’Italia, da nord a sud, per accogliere i bambini provenienti dalle zone contaminate dal disastro di Chernobyl. Si stima che nel nostro Paese siano arrivati oltre 650mila minori grazie ai cosiddetti “soggiorni terapeutici di risanamento”. Tra le tante famiglie calabresi che decisero di aprire le porte della propria casa ci fu anche la famiglia Bellè. Fiorella Ottanà, insieme al marito Saro e ai loro quattro figli, scelse di aderire al progetto di accoglienza promosso dall’associazione Arcobaleno. Una decisione presa con naturalezza, nonostante una famiglia già numerosa. «L’associazione Arcobaleno aveva in atto un programma di ospitalità per i bambini della Bielorussia, in particolare dalle aree vicine a Chernobyl. Nel 1996 ci propose di accoglierne uno e noi accettammo con entusiasmo. All’epoca avevamo già quattro figli, negli anni successivi ne sarebbe arrivato un quinto, ma pensammo che aprire la nostra casa a un bambino in più non sarebbe stato un problema».
L’arrivo e l’incontro con Dima
In un primo momento, alla famiglia venne assegnata una bambina della stessa età della loro terza figlia, Martine. Il momento dell’arrivo fu lungo e carico di emozione. «Dopo un’intera giornata trascorsa ad aspettare, finalmente i bambini arrivarono in pullman la sera tardi. Erano tutti spaesati, non comprendevano la lingua ed erano accompagnati da una guida a cui fare riferimento per eventuali necessità. Ci fornirono un piccolo dizionario che però era in lingua russa, ma eravamo tutti e sei convinti che ci saremmo comunque capiti». Il destino, però, aveva in serbo un’altra storia. Quella sera, infatti, la famiglia Bellè incontrò Dima, un bambino bielorusso segnato da una gravissima forma di psoriasi. La famiglia alla quale era stato inizialmente destinato lo rifiutò immediatamente. «In quel momento ci fu un attimo di panico, forse fu più indignazione. Io e mio marito, insieme ai nostri figli, ci siamo guardati negli occhi e senza dire nulla bastò guardare questi fantastici occhi blu: immediatamente abbiamo dato la nostra disponibilità ad accoglierlo a casa nostra. Fu veramente amore a prima vista». L’ingresso di Dima nella casa dei Bellè fu spontaneo e pieno di gioia. A esserne più felice di tutti fu Norman, il figlio più piccolo. «Nonostante avesse cinque anni in meno, capì subito che avrebbe avuto un compagno di gioco. In generale, Dima fu accolto da tutti con grande gioia, senza alcuna riserva».
Il percorso di cura e i miglioramenti
Le condizioni del bambino, però, erano molto serie. «Dima aveva un casco corneo di oltre due centimetri solo sulla testa, per non parlare delle lesioni sul resto del corpo». La famiglia si attivò subito per garantirgli cure adeguate. «La prima cosa che facemmo fu contattare un dermatologo che lo visitò, ci indicò la cura da fare e ci disse che il bambino aveva bisogno di sole, mare e tanta pazienza. Seguimmo la cura in maniera maniacale con creme, medicine e tutto ciò di cui aveva bisogno per alleviare soprattutto il fastidio. Nel giro di dieci giorni, le croste scomparvero quasi del tutto e il casco corneo sulla testa iniziò a regredire». Accanto ai miglioramenti fisici arrivarono anche quelli emotivi. Dima imparò l’italiano in tempi rapidissimi e riuscì presto a integrarsi nella vita quotidiana della famiglia. «Malgrado tutto quello che aveva passato, era un bambino gioioso».
Una storia segnata dal dolore e dalla speranza
Dietro quel sorriso, però, si nascondeva una storia dolorosa, una tragedia dentro la tragedia di Chernobyl. Dima viveva in orfanotrofio: aveva perso il padre, la madre era morta in circostanze drammatiche nell’endio della propria casa e la sorella, dopo il matrimonio, non aveva più voluto occuparsi di lui. Eppure conservava una straordinaria vitalità. Aveva una passione incontenibile per la meccanica: smontava e rimontava qualsiasi cosa, dalle biciclette ai piccoli attrezzi, fino alle radio. La famiglia Bellè lo ospitò per cinque anni consecutivi, arrivando anche a tentare la strada dell’adozione. «Purtroppo all’epoca non c’erano trattati tra l’Italia e la Bielorussia e non ci riuscimmo».
I ricordi custoditi nel tempo
Sono tanti gli episodi rimasti impressi nella memoria di Fiorella, alcuni dolorosi, altri teneri e perfino divertenti. Uno dei più curiosi riguarda una vera e propria invasione di formiche nella stanza del bambino. «Io non riuscivo a capire come mai fosse successa questa cosa, fin quando non scoprii che lui nascondeva le banane, che adorava peraltro, sotto il materasso, mangiandone solo la metà perché pensava che non potesse prenderne più di una e conservava l’altra metà sotto il materasso». Solo dopo, Dima spiegò il motivo di quel gesto. «Mi disse che lo faceva perché in orfanotrofio doveva nascondere tutto, soprattutto il cibo, per evitare che gli altri bambini glielo rubassero».
Non sono mancati nemmeno momenti difficili. L’ultimo anno fu particolarmente delicato, anche perché Dima sapeva già che, compiuti i 16 anni, non avrebbe più potuto partecipare al progetto e tornare in Italia. In quel periodo, racconta Fiorella, la sorella lo spinse a prendere di nascosto alcuni oggetti dalla casa che lo aveva accolto. «Lui ce li restituì perché me ne accorsi subito, ma erano oggetti di poco valore. A farci rimanere male fu il gesto». Nonostante la delusione, la famiglia non smise di volergli bene. «L’ultimo anno gli regalammo una bellissima bicicletta che lui portò in Bielorussia e tuttora, ogni volta che mi scrive, mi chiede sempre scusa per quel gesto, dicendo che era un ragazzo veramente stupido». Tra i messaggi che Fiorella conserva nel cuore ce n’è uno che riassume tutto il legame costruito nel tempo: «Io ti chiederò sempre perdono per questa cosa perché da voi ho ricevuto affetto e tanto amore».
Il legame che resta saldo
Oggi Dima è un uomo di 40 anni. Si è sposato, ha una bambina e lavora in una concessionaria di auto, occupandosi proprio della parte meccanica, quasi a confermare quella passione coltivata da piccolo. Il legame con l’Italia non si è mai spezzato. «Ricorda perfettamente l’italiano perché ha voluto studiarlo e lo sta insegnando alla figlia per quando verrà in Italia a trovarci, per rivederci».
Fiorella aspetta quel momento con emozione e certezza. «Me lo ha promesso e sono sicura che prima o poi me lo ritroverò dietro la porta. Sarà una gioia poterlo riabbracciare»..













