Il 3 agosto del 2008 si spegneva Aleksandr Solženicyn, figura centrale della letteratura del Novecento che ha saputo analizzare le ferite profonde inferte dal totalitarismo sovietico. Attraverso una scrittura che univa la testimonianza biografica alla tradizione russa, l’autore ha esercitato il dovere morale di preservare la verità, ponendo l’etica al centro del proprio impegno intellettuale e trovando nel Premio Nobel per la Letteratura del 1970 il giusto riconoscimento per il suo approccio alla narrazione.
La testimonianza di una vita tra prigionia e denuncia
Il 3 agosto del 2008 moriva Aleksandr Solženicyn, lo scrittore russo che con la sua opera ha parlato della ferita del totalitarismo sovietico del Novecento e ha dato alla letteratura il compito di conservare la verità anche quando la paura e la censura rischiano di sopraffare le coscienze: Solženicyn, infatti, è nato nel 1918 e ha combattuto durante la Seconda guerra mondiale sino al suo arresto nel 1945 e alla successiva esperienza della prigionia nei campi russi che lo ha indotto ad affrontare nei suoi scritti temi dall’alto valore spirituale, abbinando la tradizione russa alla testimonianza di quanto vissuto…il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1970 è stato il giusto riconoscimento dell’approccio etico delle sue opere.
Ivan Denisovič: la dignità umana nei campi di lavoro
«Una giornata di Ivan Denisovič», il racconto di un solo giorno trascorso da un detenuto in un campo di lavoro, in particolare, è sempre il punto di partenza utile per parlare di un intero sistema di umiliazione attraverso la narrazione di quei gesti minimi che rendono possibile la sopravvivenza, dal freddo alla fatica, dalla fame alla necessità di restare uomini di fronte a una condizione di estrema sofferenza. Solženicyn scelse di far ricorso a una forma sobria perché la dignità di Ivan Denisovič emerge proprio nel rapporto con gli altri prigionieri e nella resistenza silenziosa di chi prova a difendere la propria dignità dinnanzi al potere: la letteratura diventa lo strumento attraverso cui il prigioniero torna a essere persona e permette al lettore di comprendere che la violenza comincia spesso quando il linguaggio smette di riconoscere quanto ogni vita sia unica e speciale.
L’esilio e il ritorno: la fedeltà alla patria oltre il potere
Solženicyn ha vissuto anche l’esperienza dell’espulsione dall’Unione Sovietica nel 1974, che lo ha portato a vivere lunghi anni all’estero per poi tornare in Russia soltanto nel 1994, scegliendo di rientrare nella terra che aveva amato e criticato, certo che la fedeltà alla patria non coincide con l’obbedienza al potere e che diventa sempre necessario interrogarsi sul rapporto tra verità e libertà…l’eredità che ci ha lasciato è quindi molto complessa e ci permette di considerarlo come un testimone di una coscienza che ha cercato di dare voce a chi viene costretto a restare nel silenzio, non potendo quindi essere ridotto a simbolo politico da rispolverare all’occorrenza.
La responsabilità verso il male e la libertà interiore
La sua opera aiuta a capire perché la denuncia della menzogna dovrebbe essere accompagnata sempre da una riflessione sia sulla libertà interiore sia sulla responsabilità dinnanzi al male: la critica al totalitarismo appare quindi legata a una domanda di natura religiosa e antropologica e ci consegna un approccio di stretta attualità, soprattutto se rapportato alla società odierna dove la libertà spesso viene confusa con l’autosufficienza e la memoria rischia di essere offuscata dall’abitudine alle tragedie quotidiane.













