Alla vigilia delle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, i riflettori si riaccendono sul valore dello sport come autentica “palestra di vita” e di riscatto. Ma cosa scatta nel cuore di un atleta quando il limite fisico sembra spegnere ogni speranza? Per capirlo, abbiamo dialogato con Anna Barbaro. Campionessa paralimpica reggina, medaglia d’argento nel paratriathlon a Tokyo 2020, Anna rappresenta non solo un orgoglio per il Sud, ma una straordinaria testimone di tenacia. In questa intervista a cuore aperto, ci racconta la sua “nuova vita”, iniziata nel buio della malattia e resa piena di significato dal cammino nell’Ordine Francescano Secolare. Una conversazione che va ben oltre la pista d’atletica, attraversando le difficoltà di fare sport in Calabria e arrivando a toccare le corde più profonde dell’anima: la maternità, la prova del dolore e quell’abbandono fiducioso a Dio che trasforma gli ostacoli della vita in un capolavoro.
Oggi inizieranno le Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina. Anche se la sua disciplina è il Triathlon, cosa significa per un atleta italiano vedere i Giochi “in casa”? Qual è il messaggio più forte che il movimento paralimpico lancia oggi alla nostra società, spesso distratta o indifferente verso la disabilità?
Pur non disputandole, devo dire che la sensazione è molto bella. Già solo seguendo l’inizio dei Giochi Olimpici invernali è stata tantissima l’emozione. Sentire l’Inno d’Italia, comunque sapere che c’erano grandi atleti italiani lì… e la stessa cosa succederà nelle Paralimpiadi. E saperli a pochi passi da me è un’emozione pazzesca. Poi tanti di loro li conosco, perché per esempio uno che fa sci lo conosco, Romele, che ha fatto pure la gara di Triathlon con me; ne abbiamo vissuti tanti momenti insieme. L’emozione è doppia. Sicuramente, secondo me, la nazione deve capire che è un grande onore poter avere un evento di questa grande misura all’interno del proprio Stato. E gli italiani principalmente lo devono comprendere, perché arrivare a un percorso paralimpico o un percorso olimpico porta tanta dedizione. Che sia olimpico o paralimpico non importa, però c’è tanta costanza, tanta dedizione, tante cadute, tante risalite. Ci sono tante storie che comunque possono aiutare a dare la forza a questi ragazzi che a volte si abbattono per poco; e che lo sport unisce, che lo sport è per tutti, sia se si è disabili sia che no. Perché lo sport è quella palestra di vita che ti aiuta realmente a far capire che la disabilità è solo una parola. Lì non si parla di abili o meno abili. Sia nelle Olimpiadi che nelle Paralimpiadi si parla di atleti, di costanza e di sudore. Di persone che la medaglia la vincono solo se sei il migliore tra tutti quanti. Quindi devi veramente sudartela e c’è molto impegno e fatica dietro.
Lei ha dimostrato che il limite non è una fine, ma un confine da attraversare. Guardando ai tanti atleti che gareggeranno, qual è la “scintilla” che permette di trasformare una difficoltà oggettiva in un’eccellenza sportiva? È solo allenamento o c’è qualcosa di più profondo?
Sicuramente l’allenamento non basta, ci vuole molta testa, molta voglia di arrivare, a qualsiasi costo, qualsiasi cosa possa accadere. Io sicuramente venendo da giù, da Reggio Calabria, dal Sud, dove noi paralimpici veniamo trattati — almeno venivamo trattati e tuttora non è che sia molto cambiato, o spero che un pochetto stia cambiando la situazione — veniamo chiamati “poveretti”, quasi che noi ci dovremmo allenare di meno, ci alleniamo di meno ed è più facile arrivarci. Ma non è così. Si deve avere dentro quel fuoco, quella voglia di dire: io ce la faccio, perché io sono io, io so cosa ho subito, so che cosa ho passato e so che ce la posso fare, perché quello è il mio sogno, quello è il mio obiettivo. A me è servito tanto, è servito quando mi sentivo le persone che mi dicevano: “No, vabbè, ah, brava, complimenti, hai fatto la garetta, così e colì”. Quando io vincevo i titoli italiani e non ne davano peso, vincevo i mondiali e non ne davano peso; caso strano, vinci una medaglia paralimpica e allora lì ne danno peso. Beh, sicuramente le medaglie che mi hanno fatto arrivare alla medaglia paralimpica sono state tutte quelle di prima, e sono state tutte le persone di prima che mi trattavano, tra virgolette, un po’ da “poveretta”. E… perché è stata proprio la voglia di rivalsa, di dire: è vero, non ci vedo, però i sacrifici li ho fatti e li voglio continuare a fare, perché il mio sogno è come il sogno di una persona olimpica, cioè arrivare ai massimi livelli preparatissima. Poi vedi, la difficoltà oggettiva è quella cosa che ahimè ha aiutato ad attivare ancora di più la scintilla e a non farsi abbattere, perché io mi rispetto come persona, mi amo come persona e voglio il meglio per me stessa.
La sua storia è nota: la perdita della vista in età adulta è stata una prova durissima. Per noi credenti, il parallelismo con la “notte oscura” e la successiva Resurrezione è forte. In questo cammino, che ruolo ha avuto la fede? C’è stato un momento in cui ha sentito che Dio la stava chiamando a una “nuova vita” attraverso lo sport?
Diciamo che la fede è stata un grande filo conduttore per me, principalmente perché da buona gifrina della Gioventù Francescana, durante il mio percorso mentre perdevo la vista, ho chiesto di poter entrare nell’Ordine Francescano Secolare. Però sicuramente il passo che mi ha aiutato più di tutti è stato quello di Isaia 43, dove comunque Dio ti fa capire la sua vicinanza: «Se dovrai attraversare il deserto non temere, io sarò con te; se dovrai camminare nel fuoco, la sua fiamma non ti brucerà». Per me questo salmo è stato molto prezioso, molto d’aiuto, anche nei momenti più bui. Poi vedi, la mia nuova vita io l’ho voluta vivere in pieno, non solo nello sport ma pure attraverso lo studio, tanto che contemporaneamente a una vita sportiva ho studiato Scienze Religiose all’Istituto di Reggio Calabria, perché volevo vivere questo parallelismo. Questa mia nuova vita doveva avere delle basi solide, forti, che mi avrebbero poi fatto comprendere quello che volevo fare per un domani. Però dovevo partire da me stessa, e questo parallelismo tra studio e sport mi ha aiutato a comprendermi per poi comprendere e per poi vivermi questa nuova vita, che è sfociata nella mia famiglia, nel sogno più grande credo che una persona potrebbe avere per se stessa. A livello di carriera inutile, il sogno più grande è arrivare alle Paralimpiadi. Arrivarci due volte è stato uno sfociare, quindi vedi, questa unione famiglia e Paralimpiadi per me è stata la cosa più grande che questa nuova vita m’ha dato: riuscire a seguire la strada della mia fede accanto a quella dello sport.
Dopo l’argento di Tokyo è arrivata la medaglia più bella: sua figlia Francesca, alla quale ha dedicato la sua paralimpiade di Parigi. Diventare madre ha cambiato il suo modo di essere atleta e di vedere il futuro? Che mondo sogna per sua figlia e quale valore vorrebbe trasmetterle prima di tutti?
Sicuramente come ho detto spesso nelle interviste, a Parigi non ho vinto medaglia perché la mia medaglia era ad attendermi all’arrivo ed era mia figlia, quindi sono stata felicissima di questo. Il mio modo di essere atleta è cambiato molto, perché ho messo a dura prova il mio corpo, ho messo a dura prova la mia mente che a volte ha ceduto durante la preparazione per Parigi, però alla fine ne è valsa la pena, è valsa la pena di tutto perché una volta che finivo di allenarmi avevo l’abbraccio di mia figlia che mi diceva: “Brava mamma”, ed è una cosa stupenda. Quindi il mio essere atleta si è trasformato. Da Parigi in poi non ho più pensato a guardare lo sport solo con i miei occhi, con il mio modo di vederlo, ma ora la guardo più verso il futuro, verso le nuove generazioni e principalmente lo guardo attraverso gli occhi di mia figlia, attraverso i suoi sogni. Ora io devo cercare di riuscire a fare quello che i miei genitori hanno fatto con me: quando io ho perso la vista loro mi hanno preso per mano e mi hanno aiutato a intraprendere questo percorso, mi hanno aiutato a realizzare il mio sogno. Ecco, io adesso voglio fare questa cosa, voglio prendere per mano mia figlia e accompagnarla dove lei vorrà, facendo dei suoi sogni i miei sogni. E vorrei che lei sappia che io sono là, che qualsiasi cosa la mamma sogna insieme a lei, insieme ai suoi sogni. Il valore che le vorrei trasmettere è quello di non arrendersi mai e di sentirsi sempre libera nelle sue scelte, mai condizionata da nessuno, ma che faccia le scelte consapevole e contenta. Perché la vita è una e bisogna essere felici nel viverla.
Lei ha vissuto per tanti anni nella nostra terra, spesso difficile ma bellissima. Molti giovani calabresi si sentono scoraggiati e scelgono di andare via. Da donna del Sud che ha conquistato il mondo partendo da Reggio, cosa si sente di dire ai ragazzi che faticano a vedere un futuro qui?
A volte l’andare via non è solo andare via per rimanere via. A volte l’andare via può essere visto come un “imparo per poi tornare a donare”, a far fruttare quello che ho imparato nella mia terra. Quindi ragazzi, che questo andare via vi possa aiutare a tornare nella vostra terra più forti che mai. E chi rimane, non abbattetevi, perché anche rimanendo là potete riuscire a fare cose grandi, così come ho fatto io. Io mi sono allenata in mezzo alle pecore quando mi era stato chiuso il campo Coni, mi sono allenata per le strade, mi sono allenata al mare in periodo di Covid… ho veramente fatto di tutto, che al solo pensiero dico io: “Mamma mia, ma com’è possibile?”. Però vedete, tutte queste cose m’hanno fatto tenere una cosa bellissima in mano e realizzare i miei grandi sogni. Quindi, o andare via o rimanere, tutto nasce da voi, non dal posto dove state.
Chiudiamo con un pensiero rivolto a chi soffre. Cosa direbbe oggi alla Anna di qualche anno fa, nel momento in cui ha scoperto la malattia, o a chi oggi riceve una diagnosi che sembra spegnere ogni speranza?
Non credo che nei momenti di sconforto ci possano essere parole per aiutare a far stare meglio, ma gesti e atteggiamenti che possono far sentire meno soli nell’affrontare determinate cose e nel perdere la speranza che comunque a volte va vacillando, va spegnendosi del tutto. Quindi secondo me io all’Anna di qualche anno fa l’abbraccerei, però mi comporterei come hanno fatto delle persone vicino a me: che mi stavano in silenzio accanto, ma nel momento in cui io mi rendevo conto e chiedevo aiuto, loro erano subito lì pronte ad aiutarmi. Ecco, io all’Anna di qualche anno fa farei questo. Quando si sentiva un po’ scoraggiata, l’abbracciavo. L’avrei abbracciata non facendola sentire sola, anche se lei per sua fortuna non è mai stata sola. Lei si è sentita sempre amata perché la sua fede l’aiutava, il suo sentirsi protetta dalla sua fede l’ha sempre aiutata ad andare avanti quando ha avuto la sua malattia, quando ora sta affrontando quella di sua figlia. Sempre c’è quella mano di chi sta sempre un passo dietro a te o sopra di te e ti manda la persona giusta nel momento giusto a darti quell’abbraccio amorevole che è l’unica soluzione quando vorresti spaccare tutto.











