Avvenire di Calabria

Una mattinata presso la sede dell’associazione dei donatori di sangue: tra caffè e cornetti, a vincere è la solidarietà reggina

Avis, la donazione non vai mai in quarantena

Federico Minniti

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L’odore del caffè e dei cornetti caldi si sente già dalle scale. È buon mattino quando la luce a led ci indica che siamo arrivati al posto giusto: l’Avis, associazione volontari italiani del sangue, non ha bisogno di presentazioni. La sede reggina è a due passi dalla stazione centrale e, una volta entrati nella sala assemblea, scorgiamo dalla vetrata la statua di Giuseppe Garibaldi che da il nome alla piazza su cui insiste l’immobile. La nostra presenza è leggermente in anticipo per cui approfittiamo per visitare gli ambienti a disposizione della sede. Certamente la sala d’attesa, ben organizzata, è la più movimentata. Chiunque arriva definisce l’aspetto formale della donazione e attende in fila. C’è un clima assorto, ma cordiale. Spesso tra donatori e volontari c’è uno scambio di battute come accade ai vecchi amici. La pandemia, in fondo, ha preservato alcune esperienze. Tra queste c’è l’Avis, come ci spiega la presidente reggina, Myriam Calipari: «Quando abbiamo coniato lo slogan “Esco solo per donare” abbiamo fatto centro: normalmente abbiamo vissuto con disorientamento la prima fase, specialmente sotto il profilo organizzativo. Però ci siamo subito dati da fare e oggi, a quasi un anno di distanza, possiamo dire che non ci siamo mai fermati».

Per accedere all’area medica, oltre alla mascherina “d’ordinanza”, serve indossare dei calzari sterili. Tutto automatizzato ed è un gioco da ragazzi trovarsi in un vero e proprio ambulatorio. Prima porta a destra c’è il medico di turno. Un check-up rapidissimo, condito da tanti sorrisi, seppure filtrati soltanto dagli occhi. Proseguendo lungo il corridoio si giunge alla sala prelievi: sei poltrone in un ambiente che rispetta - per sua natura - il distanziamento, oggi imposto per legge, tra le sedute. Un giovane infermiere armeggia aghi, siringhe e campioni. Nel suo minuzioso e paziente lavoro c’è la “forza” di quel gesto così semplice, ma così importante. Loro, i donatori stringono in un pugno un cuoricino (blu o rosso, i colori dell’Avis) e sono sereni. Ogni tanti ci si scambia un «come va?». La risposta è comune: «Tutto bene».

In quel clima assorto si respira tantissima solidarietà. Dopo questo step, il passaggio successivo è il più succulento: tra l’amministrazione e la sala d’attesa, infatti, è stato allestito un vero e proprio bar in cui consumare qualcosa per ristorarsi dopo la donazione. «La solidarietà è stata una costante; probabilmente l’emergenza coronavirus ha sensibilizzato maggiormente le persone al tema del “prendersi cura”», ribadisce Myriam Calipari che, però, non nasconde un cruccio rispetto al tempo che stiamo vivendo: «Purtroppo abbiamo dovuto sospendere l’attività con le scuole. E questo aspetto ci pesa moltissimo». Un vuoto, quello dell’autoemoteca, che si percepisce. Soprattutto in funzione futura: «Ogni anno dalla sinergia con gli istituti superiori riuscivamo ad avere circa 500 donatori in più. Temo che pagheremo questo “stop” nei prossimi anni», conclude la presidente Calipari.

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