Avvenire di Calabria

Il giovane cosentino farà parte del direttivo che avrà l’onere di guidare la fase post pandemica dell'associazione ecclesiale

Azione Cattolica, il riconfermato De Santis e l’intramontabile bellezza del servizio

«La struttura associativa non è mai un organigramma arido ma è una scelta fondante per favorire processi di evangelizzazione»

di Zaira Sorrenti

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Nicola De Santis è stato riconfermato consigliere nazionale per il Settore Adulti. Lo abbiamo intervistato.

Sono tante le parole che risuonano all’indomani della XVII Assemblea Nazionale di Azione cattolica: mitezza, missionarietà, sinodalità, alleanze, generatività, profezia, pandemia, formazione, promozione, informazione, povertà, linguaggio, comunità. Quale tra queste ritiene più prossima alle associazioni di Ac calabresi e quale più difficile da incarnare?

La XVII Assemblea nazionale è stata un momento davvero speciale: dopo un anno di incontri a distanza dovuti alla pandemia non mi aspettavo un entusiasmo così travolgente dalle associazioni di base. Sicuramente è stato un momento di Chiesa alto perché …parte dal basso, cioè dai percorsi di tanti soci, educatori, responsabili che si spendono con passione e pazienza nel servizio alle comunità.

Tra le parole che mi sono state indicate credo che ne manchi una che fa sintesi dei diversi spunti suggeriti, tutti importanti: la fraternità. L’AC – ce lo siamo ripetuti in maniera forte durante questa assemblea – sta con papa Francesco e fa suo il magistero della “Fratelli tutti”! In questo orizzonte siamo chiamati a promuovere relazioni autentiche con tutte le storie delle persone che incontriamo sulle strade del quotidiano.

La vita di ognuno è luogo teologico perché è abitato dal Signore che si rivela nelle nostre esistenze: allora l’AC è chiamata a mettersi in ascolto di ogni uomo per scoprire in ciascuno un frammento della Buona notizia. La “Fratelli tutti” può essere un orizzonte verso cui incamminarci tutti insieme, laici e sacerdoti, associazioni, movimenti, comunità parrocchiali!
Sicuramente questo orizzonte ci chiede di compiere scelte attente alla vita delle persone – lavoro, famiglia, cultura – sempre a partire dagli ultimi!

Cosa le rimane dell’incontro con papa Francesco? Da quale punto del suo pregnante discorso ritiene debba partire per il nuovo triennio l’Ac, in particolare di Calabria?

Ogni volta che papa Francesco incontra l’AC non è mai un incontro formale: il Papa ci ha incoraggiato a continuare il nostro cammino mettendoci in ascolto di una chiamata, quella del Battesimo, che ci affida il carisma della mitezza e della gratuità. L’AC opera nella comunità con cura e passione perché se ne sente parte viva. Non vogliamo essere i primi della classe, ma al contrario possiamo essere ‘con tutti e per tutti’ proprio perché laici! Francesco ci ha ricordato che anche in questo tempo di pandemia “la distanza non può mai diventare indifferenza” e che “Metterci in ascolto di questo tempo è un esercizio di fedeltà al quale non possiamo sottrarci.”: l’Azione Cattolica conferma la sua disponibilità a ‘stare dentro’ le sfide di questo tempo. Il Papa, del resto, ci ha invitato a essere fermento di sinodalità per le nostre Chiese, siamo chiamati a “far maturare la consapevolezza che, nella Chiesa, la voce dei laici non dev’essere ascoltata “per concessione”, no …Dev’essere ascoltata per convinzione, per diritto, perché tutto il popolo di Dio è “infallibile in credendo”.”

Ritengo che anche qui in Calabria l’AC può ripartire da un esercizio di ‘pastorale a goccia’ per cui ogni relazione da (ri)annodare è un’opportunità per condividere il Vangelo e allargare le porte delle nostre comunità perché entri l’aria fresca dello Spirito che soffia forte anche oltre i nostri sagrati.“Non possiamo più pensare di praticare l’evangelizzazione solo per convocazione, ma anche necessariamente per immersione, che significa per incarnazione: stare dentro la vita”. Allora forse lasciare spazio allo Spirito ci chiede di uscire dalla logica del ‘si è sempre fatto così’ per accogliere il Dio della vita nella vita delle persone.

Essere “Chiesa povera per i poveri” passa anche attraverso la rinuncia a “privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi”.  Le parole di Matteo Truffelli sembrano fare eco a quelle del Papa quando dice “prima di tutto la gratuità. La spinta missionaria non si colloca nella logica della conquista ma in quella del dono”. Quanto l’essere fortemente strutturata limita la missionarietà di Ac?

“Essere associazione, dunque, non rappresenta un dato organizzativo. Se pensassimo così allora vorrebbe dire cadere nel tranello degli organigrammi e nell’illusione del funzionalismo. Essere associazione è un modo di pensare la Chiesa” (Matteo Truffelli)

L’AC da 150 anni è ministero laicale (Ad gentes 15) nella Chiesa proprio perché ha scelto di darsi una forma – preferisco questo termine a ‘struttura’ – che è quella della comunità ecclesiale: siamo radicati nelle chiese locali e facciamo servizio gratuitamente in migliaia di parrocchie. L’AC non ha un fine proprio se non quello “generale apostolico della Chiesa” (statuto ac. Art. 1).
La struttura associativa non è mai un organigramma arido ma è una scelta fondante per favorire quei processi di evangelizzazione e di crescita umana e cristiana di cui parla il Papa in EG 223: l’AC non vive di leader ma è radicata nel carisma della Chiesa.
Allora l’AC più che un “riunionificio” è un organismo vivo dove ogni persona è preziosa per tutta la famiglia: se c’è una struttura associativa quella è struttura di comunione e palestra di sinodalità, spazio accogliente perché le persone si incontrino in un cammino comune.

Tutto serve ad evangelizzare, ogni appuntamento è missionario se mette al centro la persona: dall’incontro dei ragazzi in parrocchia, alla riunione del consiglio diocesano fino alla grande assemblea nazionale che abbiamo vissuto in questi giorni. La ‘forma comunitaria e organica’ dell’AC non è mai una struttura arida se diventa esercizio di ascolto e accoglienza della vita delle persone.

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