Ai Overview: Ricorre oggi il 158° anniversario della nascita di Camillo Olivetti, fondatore a Ivrea della prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. L’articolo ricostruisce il percorso biografico dell’imprenditore: dalla sua formazione accademica in ingegneria, arricchita da un viaggio di studi negli Stati Uniti, fino alle intuizioni industriali e all’introduzione, già nel 1909, di una delle prime forme di mutua aziendale. Il testo sottolinea l’approccio pragmatico di Olivetti nel rapporto con i lavoratori, la sua adesione agli ideali socialisti e le gravi ripercussioni delle leggi razziali del 1938, che lo portarono a cedere la direzione dell’impresa e a nascondersi nel biellese fino alla morte. A testimonianza del legame con i suoi dipendenti, viene ricordato l’episodio del suo funerale, raggiunto clandestinamente da decine di operai nonostante i rischi legati all’occupazione nazifascista.
L’omaggio degli operai al cimitero
Il 4 dicembre 1943 decine di operai percorsero in bicicletta i quaranta chilometri che separano Ivrea da Biella per raggiungere un piccolo cimitero ebraico, i tedeschi davano la caccia ai partigiani, andarci era un azzardo, ma quegli uomini si presentarono a capo scoperto davanti alla tomba di Camillo Olivetti, l’ingegnere che li aveva scelti tra i contadini del Canavese e aveva insegnato loro un mestiere a casa sua. Lo scrittore Libero Bigiaretti ha scritto un racconto di quel giorno: «Il piccolo cimitero israelitico di Biella poteva diventare un luogo di massacro: il recarvisi una sfida temeraria; ma esso si popolò, quel giorno, di uomini silenziosi, a capo scoperto, sui cui volti la pioggia cancellava inutilmente le lacrime». Oggi ricorre il 158° anniversario della nascita di quell’uomo, a differenza del figlio Adriano, diventato il simbolo dell’utopia olivettiana, Camillo resta una figura meno raccontata, ma è proprio nella sua biografia che va cercata la radice di tutto.
Le origini, gli studi e il viaggio negli Stati Uniti
Samuel David Camillo nacque a Ivrea nel 1868 in una famiglia della borghesia ebraica, il padre morì quando lui aveva un anno, così lo crebbe la madre, Elvira Sacerdoti, modenese, donna che parlava quattro lingue. Il terzo nome gli era stato dato in omaggio a Cavour, si laureò al Politecnico di Torino, allievo di Galileo Ferraris, e nel 1893 lo accompagnò al Congresso di elettricità di Chicago, dove visitò i laboratori di Edison e trascorse un semestre alla Stanford University: «So che tutti indistintamente dicono che faccio una bestialità e forse sarà vero, ma io non sono di questo parere», scrisse alla madre dagli Stati Uniti, nazione che gli rimase nel cuore e che gli cambiò la vita.
L’impegno politico e la prima macchina M1
Tornato in Italia, aderì al Partito socialista, anche se l’Enciclopedia Treccani definisce il suo orientamento «etico, pratico-gradualistico, non sistematico né materialistico, venato anzi di religiosità cristiana», insomma un socialismo da artigiano: concreto, ma attento alla persona prima che al sistema. Nel 1908 fondò a Ivrea la “Ing. C. Olivetti e C.”, prima fabbrica italiana di macchine per scrivere; la prima lettera battuta sul prototipo della M1 fu per la moglie, Luisa Revel, valdese: «Carissima Luigia, è questa la prima lettera che ti scrivo con la nuova macchina ed è con grande soddisfazione che io dedico a te queste poche righe».
La famiglia e le radici del welfare aziendale
Ebreo lui, valdese lei, nell’Italia di inizio Novecento formarono una famiglia di sei figli in cui nessuno ricevette battesimo né circoncisione, e l’educazione fu affidata alla madre; appena un anno dopo la fondazione della società, nel 1909, Camillo istituì la prima mutua aziendale, a cui i dipendenti e la direzione contribuivano in parti uguali, fu il germe di quello che sarebbe diventato, con Adriano, uno dei più avanzati sistemi di welfare aziendale del Novecento europeo.
Il rapporto con i lavoratori e il rifugio agli esuli
Il rapporto con gli operai era speciale perché li istruiva, li selezionava, li rimproverava quando occorreva, perfino una scheda della polizia di Ivrea lo descriveva come uno che «non tralascia alcun mezzo per insinuare le sue idee alla classe operaia». Quando nel 1926 l’amico Filippo Turati dovette fuggire dall’Italia, fu Camillo a nasconderlo in casa propria e il giovane Adriano a guidare l’automobile verso il porto dove attendeva Sandro Pertini.
Le leggi razziali e l’allontanamento dall’azienda
Con le leggi razziali del 1938 fu costretto a lasciare la presidenza dell’azienda che portava il suo nome, dopo l’8 settembre 1943 dovette abbandonare Ivrea e rifugiarsi nel biellese, morì tre mesi dopo.
Il sito industriale di Ivrea oggi
A Ivrea resta il sito Unesco che dal 2018 tutela la città industriale nata dalla sua intuizione, restano i mattoni rossi della prima fabbrica, oggi in gran parte vuota, resta, più fragile, l’idea che un’impresa possa essere anche un progetto civile.













