In occasione della Giornata internazionale delle donne in magistratura, abbiamo intervistato Chiara Greco, Sostituta Procuratrice in prima linea a Reggio Calabria. Entrate nelle aule di giustizia solo nel 1963, oggi le donne sono la maggioranza del corpo magistratuale. Eppure, il confronto quotidiano rivela retaggi culturali e stereotipi ancora resistenti. In un momento storico di forte sfiducia verso le istituzioni, la dottoressa Greco ci offre uno sguardo lucido e profondamente umano sul ruolo del Pubblico Ministero, ricordandoci la fatica e il privilegio di bilanciare il rigore della legge con la pietas, per non dimenticare mai le fragilità nascoste dietro ogni fascicolo.
Dottoressa Greco, le donne sono entrate in magistratura in Italia solo nel 1963, ma oggi rappresentano una componente fondamentale. Dal suo osservatorio e nella sua esperienza di Pubblico Ministero, in che modo lo sguardo e la sensibilità femminile arricchiscono l’amministrazione della giustizia e la gestione delle indagini?
Sebbene le donne siano entrate in magistratura diversi anni dopo gli uomini, in realtà oggi la componente femminile nella magistratura supera il 50% dei magistrati, quindi effettivamente siamo più donne che uomini. Nonostante questo, le donne sono una netta minoranza negli incarichi dirigenziali e questo evidentemente dimostra che ci sono ancora dei passi avanti da fare. In realtà mi risulta difficile rispondere a questa domanda perché così come gli uomini sono profondamente diversi gli uni dagli altri, lo sono anche le donne e non so se ci sono delle caratteristiche che realmente ci accomunano tutte. Però cercherò di parlare per quella che è la mia esperienza e per le colleghe che vedo quotidianamente accanto a me.
Tendenzialmente ho la sensazione che noi donne siamo più brave a comprendere le emozioni delle persone che sono davanti a noi e quindi credo che in determinate situazioni siamo in grado di essere più empatiche, magari quando è necessario ascoltare una vittima vulnerabile o anche semplicemente una persona che ha delle fragilità. La mia sensazione è che spesso e volentieri, con le dovute eccezioni, le donne sappiano farlo con maggiore delicatezza; questo perché ci viene insegnato ad essere accudenti fin da quando siamo piccole. Quindi credo che ecco, la gestione di situazioni delicate e di momenti di fragilità dei nostri colleghi, così come delle persone che si trovano a che fare con noi – come un testimone, un indagato, una persona offesa – forse ha un valore aggiunto quando a gestirla è appunto una donna, ma in realtà purché sia una persona empatica a gestirla; ecco, a volte ho la sensazione che le donne siano un po’ più empatiche rispetto agli uomini.
Lei lavora a Reggio Calabria, un territorio segnato da complesse dinamiche criminali spesso di stampo fortemente patriarcale (come la ‘ndrangheta). Ha mai avvertito il peso di stereotipi di genere nel suo percorso professionale o nel confronto quotidiano con gli indagati e l’ambiente processuale?
Io sono particolarmente sensibile alla questione femminile e mi definisco senza nessuna difficoltà e senza nessuna remora una femminista; quindi non nego di far particolare attenzione a come le persone mi trattano e a come trattano le donne in generale. E devo dire che purtroppo, nonostante appunto siamo la maggioranza dei magistrati, soprattutto le giovani magistrate spesso e volentieri non ricevono assolutamente lo stesso trattamento dei colleghi uomini e dei colleghi più grandi in generale. Devo dire che per fortuna questo non riguarda, o non riguarda quasi mai, i nostri colleghi o il personale amministrativo che sono assolutamente perfettamente in grado di trattarci allo stesso identico modo in cui viene trattato un uomo. Però purtroppo l’ho visto spesso nell’atteggiamento nei nostri confronti degli indagati, degli imputati e purtroppo a volte non nego di aver percepito anche un cambiamento nel comportamento degli avvocati a seconda che davanti abbiano un magistrato uomo adulto o un magistrato donna giovane.
Credo che non venga riconosciuto a noi la stessa autorità che viene riconosciuta agli uomini, ma non perché consapevolmente si creda che le donne siano meno professionali o professioniste, ma è proprio frutto di un retaggio culturale che ancora in alcuni territori fa un po’ fatica a passare. Però è così: mi è capitato di essere chiamata “signora” mentre il mio collega veniva chiamato “dottore”; mi è capitato di essere trattata con grande condiscendenza; mi è capitato anche di avvocati che si sono proprio offesi perché io mi ero permessa di muovere una critica, ma loro erano molto più grandi e quindi c’è un mix anche del tema genere e del tema età. Però devo dire che complessivamente io penso che abbiamo tutti gli strumenti per farci valere e quindi non mi sento particolarmente discriminata, anzi in realtà non mi sento discriminata se devo essere sincera, però noto che spesso c’è un diverso modo di trattarci, ripeto, nelle generazioni più grandi.
Prima di arrivare in Calabria, lei si è occupata a livello accademico di temi in cui i diritti fondamentali si scontrano, come nel caso Ilva. Quanto è difficile, nel lavoro quotidiano di un magistrato, trovare un equilibrio che tuteli la legalità senza calpestare la dignità e la complessità umana di chi è coinvolto?
Io innanzitutto grazie di aver approfondito il mio profilo. Io in realtà ho una formazione tutta improntata ai diritti perché mi sono laureata in diritto internazionale con una tesi sulla custodia cautelare, quindi il diritto alla libertà personale, e mi sono occupata anche un pochetto di accademia perché avevo iniziato un dottorato di ricerca che poi non sono riuscita a terminare perché ho vinto appunto il concorso. E quindi sì, assolutamente nella mia fase di formazione i diritti sono stati una stella polare. Lo sono ancora, però è ovvio che è molto facile riempirsi la bocca di diritti quando si fa solo accademia pura, molto più difficile mettere i diritti in pratica quando bisogna svolgere le indagini e tutelare anche l’incolumità delle persone. Devo dire che la mia generazione – lo so che continuo a ripetere questa cosa ma penso veramente che ci sia una grossa differenza tra i magistrati molto giovani e i magistrati molto grandi nell’approccio alla gestione della giustizia e dell’indagine o del processo, lo penso e lo rivendico veramente. La mia generazione è un po’ più attenta, forse perché appunto siamo cresciuti a “pane e CEDU”, quindi siamo abituati alle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, della Corte di Giustizia, il diritto internazionale, il diritto comunitario fanno molto più parte della nostra formazione e quindi siamo più attenti ai diritti rispetto a forse a ciò che accadeva qualche generazione fa.
È sicuramente molto complesso bilanciarli, soprattutto in situazioni delicate; un esempio fra tutti, per esempio, è quello delle persone che hanno commesso reati ma che hanno delle patologie di natura psichiatrica grave, perché abbiamo a che fare spesso con soggetti che sono molto pericolosi per se stessi e per gli altri ma che purtroppo sono anche affetti da patologie, quindi avrebbero bisogno di essere curati. E spesso e volentieri ci troviamo a chiederci qual è il male minore, vale a dire se lasciare in carcere una persona che avrebbe in realtà bisogno di stare in una comunità e rischiare che quella persona si traumatizzi ancora di più o addirittura commetta un gesto estremo, oppure rimetterlo in libertà assumendoci il rischio che possa fare del male a qualcuno perché non ci sono posti nelle REMS. Non sono decisioni facili, non c’è una soluzione magica o una pozione magica per capire sempre qual è la decisione migliore. Tendenzialmente si cerca sempre in queste situazioni di prendere la decisione che bilanci meglio gli interessi in gioco; quindi magari ci si confronta con colleghi che hanno affrontato la situazione prima di noi e si spera di aver fatto la cosa giusta, però appunto tante volte speriamo di aver fatto la cosa giusta ma non possiamo averne la certezza semplicemente perché gli interessi in gioco sono tutti veramente di altissimo rango. E quindi quanto è difficile trovare un equilibrio? Tanto. Però siamo tutti sempre pronti a confrontarci tra di noi, a confrontarci anche con gli avvocati e con la società civile per trovare soluzioni che non calpestino i diritti di nessuno.
Dietro ogni fascicolo, specialmente quando si trattano reati che coinvolgono le fasce deboli, ci sono vite, dolori e fragilità. Come riesce a mantenere la necessaria lucidità e distanza professionale senza mai perdere l’empatia e la pietas verso le persone che incontra nelle sue indagini?
Questa domanda è una domanda che peraltro riguarda un tema di cui spesso e volentieri parliamo tra di noi. Una cosa che ci salva è l’ironia, devo dire la verità: scherzare tra colleghi, sdrammatizzare, cercare di non prendersi troppo sul serio e trovare l’aspetto comico anche nella situazione particolarmente grave. Però questa è semplicemente una soluzione di breve periodo che consente magari di superare una giornata particolarmente difficile, ma sul lungo periodo ovviamente bisogna avere altri strumenti. Sicuramente avere una vita piena secondo me aiuta ad essere equilibrati anche nel non essere troppo distaccati, ma non farsi prendere troppo la pancia. E quando dico avere una vita piena dico avere una vita che non sia dedicata solo ed esclusivamente al lavoro, ma avere degli hobby, avere dello spazio personale, dedicare del tempo alla famiglia, agli affetti, alle amicizie e quindi non perdere il contatto con la realtà. Perché altrimenti poi, se si perde il contatto con la realtà e si dedica tempo eccessivo al lavoro – perché si può anche lavorare troppo – secondo me il rischio è che poi le carte che ci passano davanti diventano numeri, invece se si ha una vita equilibrata è più facile anche avere la giusta serenità nell’approcciare al lavoro.
Io personalmente sono una persona molto sensibile e forse a tratti anche troppo; mi è capitato spesso di farmi grandi pianti con riferimento a situazioni molto tristi o molto drammatiche; quindi, forse non sono la persona giusta a cui chiedere consiglio. Però devo dire che tutte le volte in cui ho pensato che forse mi stavo facendo eccessivamente prendere dall’emotività ho sempre cercato di non prendere decisioni immediate, ma di darmi il tempo di decantare e magari parlarne con qualcun altro per essere sicura che la decisione che stavo prendendo non fosse il frutto di una particolare emotività del momento – che ovviamente può capitare – ma fosse una decisione serena e seria e corretta. Quindi anche qua il dialogo; e poi non nego che io personalmente sono stata in terapia per tanti anni, so che anche tanti altri colleghi sono in terapia; penso che essere psicologicamente compensati e avere una valvola di sfogo e avere supporto, soprattutto in periodi di particolare stress, ci aiuti ad essere delle persone migliori, più serene e ovviamente quindi anche dei magistrati migliori.
In un momento storico in cui la magistratura è spesso bersaglio di tensioni e critiche, quale consiglio darebbe a una giovane donna che oggi studia giurisprudenza e sogna di indossare la toga per servire lo Stato?
Il momento non è dei più felici, ma in realtà già quando sono entrata io in magistratura nel 2021 la prima cosa che ci disse il Presidente del Tribunale di Roma quando andammo a presentarci prima di iniziare il tirocinio fu: “Avete scelto un pessimo periodo per entrare in magistratura”. Perché ci trovavamo all’immediato domani dello scandalo Palamara e la magistratura era fortemente sotto attacco. Indubbiamente il periodo è un periodo complesso, ma è un periodo in cui in generale non c’è semplicemente sfiducia nei confronti della magistratura; la mia sensazione è che ci sia proprio sfiducia nei confronti dello Stato e di tutto ciò che viene percepito come autorità. C’è un po’ un desiderio di libertà che però è quasi desiderio di anarchia, e si è visto anche durante il Covid quando non ci si fidava di nessuno, dei vaccini, dell’Unione Europea… insomma, questa sorta di desiderio di emancipazione da tutto quello che è ufficiale, che è Stato, che è autorità. Non si sopporta chi ha studiato, non si sopporta chi ha un determinato ruolo sociale e politico e si preferisce credere al complottista o all’influencer di turno, come se ci fosse una fuga da tutto ciò che è ufficiale, che è Stato, che è autorità. E quindi non riguarda soltanto la magistratura secondo me, però riguarda sicuramente anche la magistratura.
Il mio consiglio è di farlo, di iscriversi a giurisprudenza, di studiare tanto, di impegnarsi e di fare il concorso. Perché innanzitutto non è detta l’ultima parola: il referendum non si è ancora concluso, quindi non abbiamo ancora certezze di come sarà il mondo giustizia domani. L’unica certezza che c’è è che c’è bisogno di persone che abbiano voglia di lavorare, che siano pronte a mettersi in discussione, che siano umili, che siano disposte a dialogare e a mettersi al servizio della comunità per assicurare il rispetto delle regole. E quindi chiunque senta di avere questa motivazione secondo me fa bene a investire su questo concorso, fermo restando che ovviamente è un privilegio poter dedicare tanto tempo allo studio e alla preparazione del concorso e mi rendo conto che non tutti hanno questo privilegio, però ecco il mio consiglio è di crederci e di impegnarsi perché abbiamo tanto bisogno di nuovi magistrati.











