Ai Overview: Il processo di ricostruzione della chiesa parrocchiale di Sant’Alessio dopo il catastrofico terremoto del 1908 si sviluppò attraverso un complesso iter burocratico e tecnico, durato oltre un quarantennio. Inizialmente ospitata in una baracca di legno foderata di lamiera donata da Papa Pio X, la comunità parrocchiale dovette attendere la fine degli anni Venti per l’approvazione del nuovo progetto architettonico firmato dall’ingegnere Sante Cannizzaro. L’esecuzione dei lavori, basata in parte sul piano di ricostruzione dell’ingegner Pietro De Nava, subì diverse interruzioni causate da vertenze, dall’aumento dei costi dei materiali, dalle tempeste e, non ultimo, dalle conseguenze del secondo conflitto mondiale. L’edificio, strutturato in cemento armato e muratura, venne definitivamente completato e riparato solo a metà degli anni Cinquanta, durante l’episcopato dell’arcivescovo Giovanni Ferro.
La sistemazione provvisoria e l’inventario degli arredi
Nella chiesa baracca trovarono posto gran parte degli oggetti sacri recuperati nella vecchia struttura rovinata dal terremoto del 1908. Nel settembre 1917, l’economo parroco D. Giuseppe D’Agostino, predisponendo l’inventario degli oggetti, apriva l’elenco indicando la «chiesa in legno foderata in lamiera donata dal S. Padre Pio X», poi la canonica e il campanile in legname che conteneva le due campane. All’interno di essa vi erano due altari, uno con il «quadro grande della SS. Annunziata», l’altro con il «quadro grande di S. Alessio». Sulle pareti della chiesa erano stati sistemati il quadro dell’Addolorata e quello di S. Anna e i piccoli quadri della Via Crucis. All’interno di uno stipo in noce con vetro era stata posizionata la statua di S. Alessio e in un altro la statua di S. Giuseppe. I due vecchi confessionali erano stati disposti sui lati, in prossimità del presbiterio era stato montato un «ordinario pergamo in legno» e anche un armonium. Sulle pareti altri piccoli quadri raffiguravano Maria SS. Ausiliatrice, il S. Cuore di Gesù, il S. Cuore di Maria, S. Nicola e i SS. Cosma e Damiano. Nella sacrestia un grande armadio era stato predisposto per custodire le argenterie, i paramenti liturgici e i libri parrocchiali. I redditi della parrocchia continuavano a derivare principalmente dalla vendita del legname della «Badia di S. Anna» e, nel novembre 1917, D. Stefano Zoccali indicò un incasso di lire ventisettemila. La sua dipartita, avvenuta nel giugno dell’anno successivo, attivò la procedura del bando tra i sacerdoti per la copertura del posto vacante che inizialmente non ebbe partecipanti, poi fu scelto D. Francesco Calabrò che resse la parrocchia per quasi trentadue anni.
Il piano De Nava e il nuovo progetto architettonico
Egli dovette affrontare le lunghe procedure per la ricostruzione della chiesa parrocchiale e si trovò anche a dover sostenere lunghe vertenze con i coloni che coltivavano i terreni agricoli e boschivi della parrocchia. Il piano di ricostruzione elaborato dall’ing. Pietro De Nava aveva previsto un impianto a scacchiera sul terremo in leggero pendio modificando la trama dell’insediamento precedente. Il parroco studiò le possibili soluzioni per dare un certo rilievo al nuovo complesso e inviò all’arcivescovo Rousset, nel giugno 1927, uno schizzo sul quale, riportando gli isolati rettangolari previsti con l’indicazione dell’ingombro della vecchia chiesa, indicava il lotto successivo ponendo il fronte della chiesa lungo il percorso della strada che saliva per S. Stefano, cosciente in ogni caso «che modifiche al piano regolatore è impossibile farne». Il vescovo Paolo Albera che coordinava l’opera Interdiocesana per la Ricostruzione delle Chiese inviò all’Ufficio tecnico la localizzazione della nuova chiesa che coincideva con la precedente. Il progetto di ricostruzione venne affidato all’ing. Sante Cannizzaro che lo consegnò il 28 marzo 1928, prevedendo un importo di L. 691.950, di cui L. 603.110 per lavori e L. 88.950 a disposizione dell’Amministrazione, ottenendo poi il parere favorevole della Soprintendenza per le linee architettoniche. Esso prevedeva la realizzazione di una chiesa a navata unica larga m. 9,70, lunga m. 22,40 e alta m. 10,60, e con l’abside di forma semicircolare, l’annessa sacrestia e un campanile alto m. 14,00. La struttura era prevista in cemento armato e «per la parte del campanile al di sopra dell’altezza di m. 10,00 … in muratura di mattoni forati; riempimento delle maglie con muratura di pietrame listato e copertura a tetto con armature in legno e manto di tegole uso Marsiglia».
L’approvazione ministeriale e l’inizio dei lavori
Nell’istruire la pratica da inviare al Consiglio Superiore dei LL.PP. il Real Ufficio del Genio Civile raccomandava una particolare attenzione per la spianatura delle pietre per le murature oltre alla necessità di inframmezzare cordoli in cemento armato collegati ai montanti, ogni m. 1,20, l’aggiunta di altri ferri di armatura «lungo i lati lunghi dei pilastri» e rivedeva il costo complessivo abbassandolo a L. 507.200, osservazioni accettate dal Consiglio Superiore che approvò il progetto. Il 4 aprile 1929 il Ministero dei Lavori Pubblici accordò un sussidio di L. 240.550 per la ricostruzione della chiesa, cui fece seguito il sussidio di L. 80.133,33 da parte del Ministero dell’Interno. Dopo aver definito l’area di costruzione che interessava una superficie maggiore di mq. 80 rispetto a quella occupata dalla chiesa precedente, prevedendosi la demolizione di una struttura edilizia preesistente, l’appalto per l’esecuzione dei lavori venne affidato all’impresa C.I.E.M. (Compagnia Italiana Edilizia Moderna) ufficio di Reggio Calabria, sotto la direzione del tecnico progettista. Avviati i lavori di scavo e delle fondazioni e il riempimento con pietrame a secco «per colmare le buche di vecchie tombe», venne eseguita la struttura in cemento armato.
Gli ostacoli burocratici e la conclusione del cantiere
La rescissione del contratto di appalto con l’impresa comportò, nel febbraio 1934, l’affidamento dei lavori di completamento all’impresa Bruno e Saccà di Messina che successivamente richiese «una maggiorazione sui prezzi approvati nei progetti, a seguito della revisione operata dal Genio Civile nell’anno 1935», stimata intorno al 10%. L’amministratore apostolico, Mons. Roberto Nogara, arcivescovo di Cosenza, nell’ottobre 1937, richiese al Ministero dei LL.PP. «una migliore valutazione di prezzi di lavoro», sottolineando che le «condizioni statiche dei locali ove attualmente si esercita il Culto, sono minacciose per la pubblica incolumità». Il 28 aprile 1939 una tempesta di vento devastò la chiesa baracca e il parroco ottenne dall’arcivescovo Montalbetti di poter occupare la struttura a rustico della nuova costruzione impegnandosi «a fare le chiusure provvisorie, tanto per renderla di una certa decenza e sicurezza per il culto». Nell’ottobre successivo il parroco Calabrò che aveva ricevuto l’ordinanza di sgombro della casa canonica per costruire la Casa del Fascio richiese ancora l’intervento del presule per dimostrare che essa era stata eseguita «a spese del Papa». Il conflitto bellico ostacolò il proseguimento della costruzione e nell’ottobre 1948 si assicurava che il completamento della chiesa era stato incluso nel piano dei lavori relativi alle chiese terremotate finanziato dal Ministero dei LL.PP. L’arcivescovo Giovanni Ferro affidò nel 1951 la cura della parrocchia a D. Giuseppe Plutino e, nel gennaio 1953 D. Stefano Zimbalatti venne nominato vicario sostituto. Nel 1954 vennero avviati i lavori di riparazione e completamento della chiesa parrocchiale, eseguiti nel 1955. (fine)













