Cimiteri ”blindati”, don Ielo: «Seguire tutte le indicazioni»

Oggi è la Commemorazione dei fedeli defunti. Abbiamo voluto intervistare don Paolo Ielo, parroco di Condera – sul cui territorio ricade il Cimitero monumentale di Reggio Calabria – , per capire che clima si respira in attesa di questa giornata.

Che tipo di animazione pastorale è prevista al cimitero?
Anche per questa ricorrenza si sta cercando di organizzare facendo i conti con la situazione che stiamo vivendo, cercando di osservare tutte le norme che ci vengono date. Da qualche giorno è giunta l’indicazione della Penitenzieria apostolica su mandato del Santo Padre rispetto all’applicazione dell’indulgenza plenaria, che era stabilita di norma dal 1 all’8 novembre, ma che è stata rinviata per questo per evitare gli assembramenti. A questo si aggiunge che purtroppo quest’anno non sarà possibile celebrare le messe al cimitero per diminuire i pericoli di contagio. L’unica messa per la Commemorazione dei fedeli defunti, a Condera, sara celebrata presso la parrocchia di Sant’Elia alle ore 17.30. Un altro momento che voglio evidenziare è quello del 3 novembre quando celebreremo in parrocchia per tutte le vittime della strada.

Lo stato di conservazione e manutenzione del Cimitero è stato oggetto di reiterate denunce.
Purtroppo come si apprende dai media ancora si stanno perpetuando atti vandalici all’interno del Cimitero monumentale di Condera: diversi sono i furti di vasi, pluviali e fiori oltre a tanta sporcizia, che non è da imputare alla poca attenzione dell’Amministrazione Comunale, ma al poco senso civico della cittadinanza. Un esempio? Invece di buttare i fiori secchi dove capita, si possono mettere nei rispettivi contenitori e se tutti pulissimo davanti alle nostre tombe probabilmente ci sarebbe un cimitero più pulito.

Perché non si rispettano più questi spazi sacri?
Il cimitero è il luogo che esprime tre importanti valori. Anzitutto, evidenzia il rispetto per i nostri morti, per i loro resti mortali, per la loro dignità; ci dà poi modo di esprimere la nostra fede in una vita che continua; indica, infine, la non–separazione tra la comunità dei vivi e quella dei defunti, quanto piuttosto una reale comunione nel ricordo e nella preghiera reciproca. Il cimitero deve restare il luogo dove aver la possibilità di portare un fiore, di recitare una preghiera sulla tomba dei propri cari, ma anche delle persone conosciute, parte della comunità. Il ricordo cristiano dei morti è fondamentale non solo per loro, ma per noi.

Che senso ha la celebrazione del 2 novembre in una società che tende a rimuovere la realtà della morte?
Il culto dei defunti, l’amore per i trapassati e la preghiera per i morti – da sempre al centro di tutte le culture e comunque un momento di forte sensibilità ecclesiale – apre una vera e propria “questione” nella prassi teologica e pastorale della Chiesa. In questi ultimi mesi tanti sono coloro che chiedono di celebrare la liturgia della Parola nella cappella del cimitero e non nelle comunità parrocchiali. Forse perché, oggi, la morte risulta nascosta. Un silenzio che certamente non facilita il dialogo successivo. L’anonimato, però, rischia di rendere povero il rito delle esequie. In secondo luogo, la cultura nella quale viviamo si focalizza su successo e consenso, su apparire e non essere, sulla superficialità e non sulla sostanza. Questo si «combatte» provocando le domande sul senso della vita.

E la Chiesa in questo come deve agire?
Non sottovalutare la questione del linguaggio teologico e liturgico. Un linguaggio che, a mio avviso, va aggiornato. Parlare della morte, della vita eterna, dei «novissimi», significa saper cogliere la provocazione della morte (e della malattia) come un dato non generico e generale, ma specifico. Parlarne, quindi, aiuta a rileggere con pazienza la Parola di Dio sull’evento, ricalibrare i segni e simboli che meritano una coraggiosa rivisitazione.

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