Ai Overview: Il giornalista e saggista Mimmo Nunnari riporta all’attenzione del pubblico un testo poco noto di Corrado Alvaro, originariamente pubblicato nel 1954 sulla rivista di Harvard «Confluence», all’epoca diretta da un giovane Henry Kissinger. Lo scritto, intitolato “Letteratura ricca e vita povera” e ora riproposto in appendice al volume “Corrado Alvaro e la lezione americana sull’Italia del Sud” edito da Rubbettino, offre un’analisi puntuale della questione meridionale attraverso la lente della produzione letteraria. Dalla disillusione post-unitaria al dramma dell’emigrazione, fino alle dinamiche della borghesia dell’epoca, il libro ricostruisce il pensiero dello scrittore calabrese sul Mezzogiorno, inquadrandolo nel contesto storico della guerra fredda culturale e delineando il profilo di un intellettuale libero e indipendente.
La riscoperta del testo su «Confluence»
Nel 1954 una rivista dell’Università di Harvard, «Confluence», chiese a uno scrittore calabrese un saggio sulla letteratura meridionale (e quindi, in controluce, sul Mezzogiorno stesso). A dirigerla c’era un giovane professore destinato a ben altra carriera, Henry Kissinger. Lo scrittore era Corrado Alvaro, nato a San Luca nel cuore dell’Aspromonte, e il testo si intitolava «Letteratura ricca e vita povera». In Italia lo hanno letto in pochi. Mimmo Nunnari lo ha ritrovato in modo fortuito in una vecchia antologia delle Edizioni di Comunità e gli ha costruito attorno un libro, «Corrado Alvaro e la lezione americana sull’Italia del Sud» (Rubbettino), che lo ripropone in appendice.
Un giallo d’archivio tra originali perduti e traduzioni
La vicenda editoriale ha qualcosa del giallo d’archivio. L’originale italiano non si trova: nel 1957 i curatori dell’antologia, Brioschi e Valiani, dovettero ritradurlo dall’inglese (se ne occupò Luciana Bulgheroni), mentre un dattiloscritto di tredici pagine, segnalato da Aldo Maria Morace fra le carte dell’archivio Alvaro, resta ancora oggi non consultabile. Nel 1998 Antonio Costabile ne curò una nuova traduzione, poi il silenzio.
L’analisi del Mezzogiorno post-unitario
Che cosa raccontava Alvaro agli americani? Partiva da Verga e dal suo «sentimento tragico della vita» per arrivare alla storia: un’Unità che avrebbe potuto essere una rivoluzione e che, con le terre della Chiesa e del demanio finite in mano ai più potenti, consegnò i contadini a una nuova alienazione. Poi l’emigrazione, la fuga della piccola borghesia negli uffici e nelle professioni, i tremila laureati in legge sfornati ogni anno (quasi tutti meridionali) e una terra che lo scrittore definiva «estremamente civile» pur con il 40% di analfabeti in Lucania e Calabria.
L’intellettuale libero e la guerra fredda culturale
Nunnari, già autore di «La Calabria spiegata agli italiani», legge quelle pagine come un’intuizione precoce: per Alvaro erano stati i narratori del Sud a denunciare per primi l’abbandono del Mezzogiorno dopo l’Unità. Attorno al saggio ricostruisce il clima della guerra fredda culturale, il progetto di Olivetti, la polemica con Montale sulle colpe del Nord, il direttore del «Popolo di Roma» che nei quarantacinque giorni di Badoglio preferiva le colonne bianche della censura ai testi di ripiego, le dimissioni dal Giornale radio dopo tre settimane, nel marzo 1945. Ne esce il ritratto di un uomo libero, difeso con documenti e testimonianze dalle accuse di contiguità al fascismo.
La lezione attuale sulle miserie umane
Le righe finali del saggio sono quelle che rimangono nella memoria in modo indelebile. Alvaro ricorda le madri che, durante la guerra d’Abissinia, piangevano i figli morti bambini perché un giorno sarebbero potuti partire volontari e garantire un sussidio alla famiglia. «Siamo giunti al punto in cui l’umano si mescola all’inumano», scriveva. Settant’anni dopo, quella lezione americana suona meno lontana di quanto si vorrebbe.













