Da Reggio al Camerun: «Il primo giorno? Ci sequestrarono, ma…»

«Durante la cena, erano circa le 21, sono entrati in casa e ci hanno sequestrato. Ci hanno preso tutto: lasciandoci completamente nudi. In realtà possiamo dire che ci è andata bene: non ci hanno fatto del male, tranne qualche schiaffo o minaccia, puntandoci contro le loro armi. Certamente sono stati i minuti più lunghi della mia vita; è proprio vero che ti scorre un’esistenza davanti».

Parte da questa esperienza traumatica, il racconto di Claudio Panella, volontario reggina di Ashiafatima, che da diversi anni opera in Camerun. «Questo episodio, però, ha rafforzato la nostra idea di continuare nel progetto di cooperazione internazionale», ci rassicura Claudio. Da dove nasce l’idea di spendersi in questa attività? «Mi sono avvicinato a questo progetto in virtù della nostra vicinanza con le suore di Fatima; al loro fianco proviamo a curare la parte tecnica delle missioni che portano avanti con grande dedizione. In questo contesto – spiega Claudio – è emersa la necessità di andare in Camerun per accompagnare, appunto, una consacrata che doveva ricevere i voti definiti. Una volta giunti sul posto, assieme a un’altra volontaria, Caterina, ci siamo resi conto che era necessario fare qualcosa per quella popolazione».

Insomma, «aiutiamoli a casa loro » non è solo una provocazione politica. «Aiutarli a casa loro, è vero. Aggiungo: si può davvero fare! Come? Mettendosi in gioco». Come fa, appunto, l’associazione di volontariato reggina nata all’ombra del campanile. «Ashiafatima è un’associazione di volontariato, nata a Reggio Calabria, che coinvolge davvero tantissime persone proprio in un progetto di cooperazione internazionale. Crediamo, fortemente, che “affiancarli” più che “aiutarli” è la scommessa vincente. Non bisogna sostituirsi alle loro culture, alla loro realtà quotidiana: solo così – evidenzia Panella –potranno immaginare di rimanere in quella terra che, comunque, presenta tantissime difficoltà oggettive per le quali in tantissimi scappano e non vanno criminalizzati».

Ma cosa fa di concreto Ashiafatima? «Noi operiamo a Bamenda, nel villaggio di Ngongam. Tra le iniziative portate avanti ce n’è una che vuole rafforzare il principio di trasparenza che ci distingue: abbiamo georefenziato casa nostra in Camerun. Chiunque può vedere quello che facciamo attraverso Google Maps», annuncia Claudio. Una casa che, in realtà, è un vero e proprio quartier generale. Le armi usate sono quelle dello sviluppo sostenibile. «Le attività produttive che faremo noi saranno due, di cui una è praticamente pronta. Mi riferisco a un caseificio, che è in via di completamento, e un panificio. Il perché di questa seconda scelta – chiarisce – è semplice: le popolazioni locali acquistano del “pane in cassetta” a diverse miglia dal villaggio in cui noi operiamo. Pertanto, in questo modo speriamo di migliorare le loro condizioni di vita».

Un’azione, quella di creare crescita locale, che si coniuga con le esigenze umanitarie: «Tutte e due le attività, oltre che produttive, sono sociali. Con un risvolto che vale la pena sottolineare: saranno i camerunensi a lavorare, a creare reddito per sé stessi e per la comunità. Attraverso i profitti, infatti, sarà mantenuto l’orfanotrofio in cui operano le suore di Fatima che ci hanno condotto in questa splendida esperienza». «C’è un altro aspetto che, a mio avviso, va valorizzato: tutto quello che abbiamo fatto sinora è stato possibile solo con la raccolta fondi dagli eventi che organizziamo a Reggio Calabria. Noi non abbiamo “quote associative” o altro: ognuno – chiarisce il volontario di Ashiafatima – dedica il tempo e mette a disposizione quello che ha per realizzare queste iniziative di crowdfunding». Come sostenere l’associazione? «Un’ultimissima novità, di poche settimane fa, è l’ingresso di Ashiafatima in Focsiv, la Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario, si tratta soltanto di un grande successo. Chiediamo alle persone sensibili di avvicinarsi ad Ashiafatima, tutto il resto verrà da sé».

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