È da pochi giorni uscito nelle librerie un volume che farà molto discutere in Italia. Si chiama “Una storia patrimonio di tutti” ed è stato scritto dal Generale Vittorio Antonio Stella. Partendo dalla tragica storia del Caporal Maggiore Scelto Alessandro Di Lisio, scomparso il 14 luglio 2009 per l’esplosione di un ordigno, Stella ricostruisce le sfide affrontate dai guastatori della Brigata “Folgore”, la criticità delle missioni, i limiti delle procedure operative, la difficoltà di agire in contesti ad alto rischio. Un libro inchiesta che è un atto di denuncia civile e patriottica e che interroga la coscienza di ognuno di noi sul valore del sacrificio, sulla gestione delle missioni militari e sulle responsabilità delle decisioni di comando.
Vittorio Antonio Stella è un geniere guastatore paracadutista e ingegnere, collocato a domanda in riserva con il grado di Generale di Divisione. Nato nel 1965, frequenta diciottenne l’Accademia Militare nel corso di laurea in Scienze Strategiche. Consegue la Laurea in Ingegneria Civile nel 1989. Frequenta il Corso avanzato per Comandanti di Compagnia del genio USA e il Command and General Staff College statunitense. Assumerà l’incarico di Comandante del Multinational Engineer Battalion dell’International Security Assistance Force-ISAF nel 2003 e di Chief Engineer del Joint Command in Kabul nel 2013. Ha anche prestato servizio nella United Nations Truce Supervision Organization UNTSO in Beirut, nella United Nations Interim Force in Lebanon-UNIFIL, nei Comandi NATO Rapid Deployable Corps a guida italiana e greca, a capo dei genieri guastatori paracadutisti della Brigata “Folgore” e quale Security Advisor della Delegazione dell’Unione Europea per la Libia.
Ecco il resoconto del nostro dialogo con l’autore.
Generale, il suo libro “Una storia patrimonio di tutti” racconta l’esperienza in Afghanistan non solo dal punto di vista militare, ma anche umano. In che modo il ricordo di un giovane caduto in missione si è trasformato in una riflessione più ampia sul valore del sacrificio e della memoria collettiva?
Il ricordo di un giovane caduto sul campo, insieme agli altri che hanno donato la propria vita o hanno riportato ferite indelebili, costituisce motivo di appello silenzioso alla coscienza collettiva. Quei generosi sacrificii devono trasformarsi in un’eredità morale che riguarda l’intera comunità. Da semplice custodia del passato, la memoria di queste vite si trasforma in una responsabilità viva, per poter guidare il nostro presente e orientare meglio le decisioni per il futuro. Ogni giovane caduto ci rinnova il patrimonio di valori, ci interpella e ci invita a non dimenticare, e soprattutto ad adoperarci per un degno avvenire.
La missione in un contesto di guerra e pericolo pone l’uomo di fronte ai limiti della propria esistenza. In che modo l’esperienza in Afghanistan ha messo alla prova o, al contrario, rafforzato la sua fede e quella dei suoi uomini?
L’esperienza in contesti ad alto rischio mette a nudo l’essenziale. La forza del gruppo e la fede in un ideale comune sorreggono il confronto diretto con la precarietà della vita, con la consapevolezza che essa può cambiare in ogni istante e che nulla di bello è scontato. In un simile contesto, da concetto astratto, la fede assurge a necessità interiore, un’ancora a cui aggrapparsi. A distanza dai propri più cari affetti e ogni comodità, si vivono individualmente momenti di grande prova, ed anche di profonda riscoperta spirituale. La fede diventa quindi compagna discreta che costantemente sostiene e motiva, spesso rafforzata attraverso ogni forma di privazione.
Il concetto di “dovere” e “servizio” è centrale nella vita militare. In una prospettiva cristiana, il servizio è anche un atto di amore verso il prossimo. Quale legame ravvisa tra il servizio al Paese e la carità cristiana?
Entrambi sono rivolti a favore di una comunità più ampia del proprio ego. Si sostanziano con l’espressione di energie, fino ad un possibile estremo sacrificio. Sono espressione di una disciplina intimamente sentita a cui costantemente tocca educarsi. Il servizio, nella sua accezione più alta, diventa quindi dono a favore del fine comune. In questo senso, il servizio al Paese trova una profonda risonanza con la carità cristiana, che non è mero sentimento, ma atto concreto di sacrificio per gli altri, e quindi atto di genuino amore.
Nel suo libro, lei parla del patrimonio che i caduti ci lasciano. Quali sono i valori spirituali e morali che, secondo lei, la morte di questo giovane deve trasmettere alla società civile e in particolare ai giovani di oggi?
Ogni caduto, ogni ferito, è testimone silenzioso del bisogno di poter onorare e donare la propria vita per un fine superiore. I valori del coraggio, della lealtà, dell’altruismo, del senso del dovere prevalgono quindi sopra ogni nteresse personale. E la grandezza di ciascuno va oltre il successo facile o l’effimero, ma risiede nella capacità di servire un ideale più alto che sorregge tutti, vivendo con coerenza e dignità.
Il dolore della perdita è un tema universale. La speranza cristiana offre un punto di vista diverso sulla sofferenza. In che modo, nella sua esperienza, la speranza ha potuto trovare spazio in un contesto di tragedia e di lutto?
Il dolore, soprattutto quando improvviso e profondo, rischia di paralizzare. La speranza nella fede non nega la sofferenza, ma la sorregge e la redime. In contesti ambientali e personali critici, la speranza diventa forza interiore, capace di trasformare il dolore in impegno e di assicurare quindi la forza di andare avanti.
Da apparente ingenuità, la speranza si fa invece tenace, legando positivamente la vita alla memoria, e il lutto alla rinascita.
Il suo ruolo di comandante l’ha messa nella posizione di essere anche una guida spirituale e morale per i suoi uomini. Che tipo di sostegno e conforto ha cercato di offrire a chi ha dovuto affrontare la paura e il dolore, specialmente dopo la perdita di un compagno?
Essere comandante significa, inevitabilmente, assumere anche un ruolo umano e di valenza spirituale, capace di anticipare momenti bui e sorreggere durante le crisi. La condivisione anche nelle ristrettezze, la costante piena dedizione al servizio e la sentita presenza anche nei momenti più difficili sono tra le più tangibili espressioni di una comunione spirituale capace di sorreggere dinanzi alle tante avversità che costantemente si presentano ad ognuno.













