Denisi: «Strumento di interlocuzione tra Chiesa e città»

Monsignor Antonino Denisi, decano del capitolo metropolitano della diocesi reggina, è molto più che la memoria storica de L’Avvenire di Calabria, è uno dei più attenti lettori del settimanale. Sfoglia le pagine con passione innata verso il giornalismo ed ogni suo “appunto” diventa una vera e propria lezione, così come ogni ricordo si tramuta in una rilettura asciutta e serena della storia recente della città.

Quando ha conosciuto L’Avvenire di Calabria?

Nel 1947 (anno di fondazione del settimanale, ndr) ero già al Seminario pontificio. Le prime letture risalgono agli anni ’50, mentre i primi articoli al 1956.

Ricorda quindi l’episcopato di Lanza.

Reggio come la Calabria usciva dal ventennale della dittatura ed un triennio di guerra che sono stati devastanti. Anche per il settimanale diocesano dell’epoca Fede e civiltà le cui stampe furono interrotte da monsignor Montalbetti per via di una direzione, quella di Pietro Tramontana, che era troppo incline all’ideologia fascista. L’idea di monsignor Lanza e del “suo”

L’Avvenire di Calabria va riletta in questa ottica: bisognava rifondare la società e la Chiesa reggina. Era un macro–progetto che voleva raggiungere l’obiettivo di ottenere dall’Università cattolica una sezione con alcune facoltà a Reggio Calabria. In questa direzione preparò e ideò l’Istituto di scienze religiose e la Scuola di scienze sociali. A questo punto aveva bisogno di uno strumento di interlocuzione con la città e individuò questa funzione, non solo utile e necessaria, ma indispensabile, nel giornale diocesano.

Quel settimanale era un progetto culturale?

Certamente, e lo era in modo complesso, ma non per questo vago. Mirava ad avere un laicato formato e attivo, che avesse un ruolo effettivo nella società civile. Gli diede anche subito un nome significativo. Non usò il nome della vecchia testata, che avrebbe fatto piacere anche come continuità, ma scelse il titolo di un giornale francese, L’Avenir, che si proiettava verso il futuro ed era un organo molto battagliero, in prima linea nella vita della Chiesa e nella vita sociale. Individuò il direttore nella persona di Lembo, un giovanissimo prete coraggioso e molto stimato nell’ambiente reggino. Si ripeteva sempre una frase: «Quando Lembo scriveva un articolo di fondo sull’amministrazione locale, cadeva una giunta». Questa indipendenza nei confronti della politica caratterizzò sempre il settimanale diocesano.

L’Avvenire di Calabria era un giornale che “dava fastidio”, soprattutto negli anni della Democrazia Cristiana?

Si, era un fastidio costruttivo, mirava a contribuire all’impostazione della vita sociale ed ecclesiale della diocesi e della Calabria. Il dar fastidio era un fatto consequenziale: si aspettava l’uscita settimanale per sapere come la pensava la Chiesa

Lei ha mai raccolto una confidenza di don Lembo?

Non avevamo una frequentazione costante, io ero molto più ragazzo di lui. Il rapporto più intenso l’ho avuto durante il Concilio, nella prima metà degli anni ’60. In quel periodo, il giornale riceveva anche le lettere di monsignor Ferro dal Concilio, spesso commentavo anche io i lavori dei padri conciliari.

Dopo un periodo di pausa, lei con monsignor Sorrentino ha fatto il condirettore.

Sorrentino scelse subito don Pippo Curatola come direttore del giornale. Era un periodo di crisi di identità per il settimanale. Don Pippo ha il grande merito di aver portato il giornale fino a ieri pur fra grandi difficoltà. La mia nomina a condirettore fu di supporto a don Pippo.

Ed oggi?

Si è trovata una formula vincente, questo “panino” con Avvenire giova prima di tutto al settimanale diocesano: riusciamo a fare un vero giornale di qualità, e inoltre riusciamo a essere presenti su Avvenire con tante corrispondenze. E poi la distribuzione è diventata regionale, davvero un bel salto in avanti.

Secondo lei, al giorno d’oggi, di cosa dovrebbe occuparsi principalmente il giornalismo cattolico?

Dovrebbe essere innanzitutto più in comunione con il Papa. Il movimento di rinnovamento e di riforma di papa Francesco si deve estendere a tutta la chiesa italiana e i giornalisti possono dare un grande contributo al lavoro del romano pontefice. E poi la società italiana, anch’essa è molto frastagliata ed è alcune volte anche confusa nel realizzare una linea di presenza del laicato cattolico nella società. Non dico una linea unitaria, ma una linea di presenza incisiva, valida e operante…il giornalismo di ispirazione cattolica può favorirla.

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