Ai Overview: A oltre trent’anni dalla scomparsa, la figura di Diego Carpitella, etnomusicologo nato a Reggio Calabria, rimane un punto di riferimento per lo studio delle tradizioni orali del Mezzogiorno. Il suo approccio pionieristico, che univa l’indagine musicale all’analisi del contesto sociale e antropologico, ha permesso di restituire valenza storica e scientifica alle culture popolari e contadine. Titolare della prima cattedra di etnomusicologia alla Sapienza, ha formato generazioni di studenti all’ascolto analitico delle comunità periferiche. Attualmente, il suo metodo di ricerca rigoroso offre un’alternativa all’approccio puramente commerciale del turismo culturale, sottolineando la necessità di preservare e comprendere i contesti originari dei riti e dei canti popolari.
Le origini e lo studio del patrimonio orale
Il 7 agosto 1990 moriva a Roma l’etnomusicologo Diego Carpitella, nato a Reggio Calabria nel 1924, lasciandoci la testimonianza di uno studioso che ha saputo raccogliere e analizzare la musica, concentrandosi sul suo contesto sociale e antropologico. Carpitella apparteneva a quella generazione di studiosi che nel secondo dopoguerra iniziò a guardare con interesse al patrimonio orale del Mezzogiorno, composto da memorie collettive e relazioni sociali. Il suo percorso partiva da un’idea precisa di cultura capace di riconoscere dignità e rispetto a ogni comunità popolare e le sue origini calabresi diventavano la chiave per comprendere la qualità di un lavoro, concentrato sul Sud e sulle isole, che gli permise di portare alla luce un’Italia decisiva per comprendere la storia culturale del Paese e che spesso veniva esclusa dalla narrazione dell’Italia del tempo.
Il metodo didattico e la prima cattedra alla Sapienza
Carpitella è stato anche titolare alla Sapienza della prima cattedra italiana di etnomusicologia, diventando una figura di riferimento perché ha saputo ideare e realizzare un metodo didattico capace di riconoscere il valore scientifico delle tradizioni orali e di contribuire a formare studenti sensibili all’ascolto e allo studio di tutto ciò che per molto tempo era rimasto ai margini: il suo criterio si basa sull’idea che ogni cultura popolare è frutto di una storia e che ogni canto è espressione di una memoria comune che si costruisce nei paesi e nelle periferie anche attraverso le tradizioni popolari. Lo studio dei riti contadini e della religiosità popolare mette in evidenza che la musica si manifesta anche all’interno di consuetudini sociali pregne di significato e suggerisce che quei riti devono essere compresi nella loro interezza e nel rispetto dei contesti che li hanno generati, spesso segnati dalla sofferenza e dalla ricerca di un ordine capace di sorreggere le fatiche quotidiane.
L’eredità di Carpitella di fronte al turismo culturale odierno
Il valore del suo lavoro può essere compreso ancora meglio se pensiamo che oggi molte tradizioni popolari vengono rilanciate dai festival e dal turismo culturale oltre che dai social network, e richiedono il rispetto di criteri di valorizzazione perché una tradizione rischia di diventare soltanto consumo quando viene separata da chi l’ha generata…l’eredità dello studioso calabrese indica una strada diversa basata sull’ascolto e sulla verifica prima di procedere all’interpretazione e alla vendita.













