Don Italo Calabrò, il prete che chiamava i poveri “padroni”

Don Italo Calabrò

Ai Overview: A trentasei anni dalla scomparsa di don Italo Calabrò, la città di Reggio Calabria continua a custodire l’eredità spirituale e sociale del sacerdote. Fondatore della Piccola Opera Papa Giovanni e del Centro Agape, don Calabrò ha dedicato la sua esistenza all’assistenza dei più fragili, rifiutando per due volte la nomina a vescovo pur di rimanere accanto alla sua parrocchia e ai suoi assistiti. Oltre all’impegno caritativo, il suo ministero si è distinto per le ferme e pubbliche prese di posizione contro la criminalità organizzata e a favore del recupero dei giovani emarginati. Dal settembre 2023 è ufficialmente aperta l’inchiesta diocesana per la sua beatificazione.

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Le ultime volontà e la sepoltura tra gli ultimi

Il 9 giugno 1990, sette giorni prima di morire, don Italo Calabrò scrisse il suo testamento spirituale: «All’improvviso, nel mese di aprile 1990, il Signore mi ha chiaramente avvertito che la mia giornata volgeva rapidamente al declino». Aveva 64 anni, un tumore lo aveva consumato in tre mesi. Chiese di essere sepolto nel piccolo cimitero di San Giovanni di Sambatello, la parrocchia reggina che guidava dal 1964: «Seppellitemi tra la mia gente, povero tra i poveri».

La fondazione delle opere di accoglienza a Reggio Calabria

Oggi, trentasei anni dopo, Reggio Calabria raccoglie ancora la sua eredità, un’eredità fatta di luoghi e di opere, uno stile che ha lasciato il segno. Nel 1968, coinvolgendo gli studenti dell’Istituto tecnico “Panella”, avviò nella canonica di Sambatello la Piccola Opera Papa Giovanni: sei giovani con disabilità furono accolti in una stanza; da lì, poi, nacquero comunità alloggio, centri di riabilitazione, case famiglia, servizi per ragazze madri, per persone dimesse dagli ospedali psichiatrici, per senza dimora, per malati di Aids e negli anni Settanta fondò il Centro Comunitario Agape. Il principio che guidava la sua azione pastorale è semplice da comprendere: costruire uno spazio dove chi era stato espulso potesse ritrovare un nome e delle relazioni.

La rinuncia all’episcopato e l’impegno in Caritas Italiana

A questo ministero dedicò la vita intera, rinunciando due volte alla nomina a vescovo, lo ha raccontato il fratello Corrado: «Per restare accanto ai suoi assistiti e ai giovani che lo affiancavano nella sua opera, don Italo rinunciò per due volte alla nomina a vescovo» confidando che lo apprese da monsignor Ruini, perché neanche a lui don Italo ne aveva fatto cenno.

Nel 1971 fu tra i fondatori di Caritas Italiana, con monsignor Giovanni Nervo, e ne divenne vicepresidente. Servì la diocesi di Reggio Calabria come vicario generale dal 1974, insegnò religione per decenni, formò generazioni di giovani, convinto che educare alla libertà fosse il primo argine alla rassegnazione: «i poveri sono i nostri padroni», ripeteva, «i poveri sono Cristo, l’ottavo sacramento». Li chiamava padroni, perché era il suo modo di capovolgere la carità, da gesto compassionevole a obbligo, anzi a necessità.

La ferma condanna della ‘ndrangheta e l’impegno educativo

Il 2 agosto 1984, a Lazzaro, dopo il sequestro del piccolo Vincenzo Diano da parte della ‘ndrangheta, davanti a quasi mille persone disse con foce ferma e tono chiaro: «I mafiosi si ritengono uomini e, addirittura, uomini d’onore: se c’è qualcuno che invece non è uomo è il mafioso, e se c’è qualcuno che non ha onore è il mafioso». Un atto di coraggio, soprattutto per quegli anni. Nel gennaio 1990, poco prima di morire, ispirò il documento del Consiglio Presbiterale diocesano che denunciava le intimidazioni ai sacerdoti; la sua resistenza alla criminalità passava dall’educazione: sottrarre terreno alle cosche accogliendo i figli dei clan, i minori soli, le famiglie abbandonate, la sua sensibilità ha anticipato di decenni i percorsi educativi e riabilitativi dello Stato come, per esempio, “Liberi di scegliere”.

L’inchiesta per la beatificazione e l’attualità del suo messaggio

Don Luigi Ciotti, nella prefazione al volume «Don Italo Calabrò. Un prete di fronte alla ‘ndrangheta» (Rubbettino, 2007), scrisse: «Non servono eroi: don Calabrò non lo era […]. Servono cittadini e sacerdoti capaci di essere veri, di riconoscere e di testimoniare la verità, di fare semplicemente il proprio dovere, di scegliere da che parte stare», anche per questo il 10 settembre 2023 è stata aperta l’inchiesta diocesana per la beatificazione. Le opere che ha fondato, seppur con i dovuti aggiustamenti legati alle nuove norme del welfare e del terzo settore, continuano a testimoniare il suo carisma e a dare peso e specificità all’agire caritativo della Chiesa reggina. L’ultima riga del suo testamento chiedeva: «Amate tutti coloro che incontrate sulla vostra strada, nessuno escluso, mai!», chi è capace, oggi, di un amore così grande e così totale?

2 risposte

  1. Un grande uomo con don Italo Calabro un Santo padre spirituale x tutti noi che Cia cresciuti sei sempre nel cuore ❤️❤️ amen 🙏

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