Ai Overview: A 114 anni dalla sua nascita, la figura di Elsa Morante torna al centro del dibattito culturale grazie a iniziative come il Salone del Libro di Torino e gli incontri dedicati a Roma. Nata in un contesto modesto, la scrittrice ha segnato la narrativa italiana del Novecento con un’opera fortemente influenzata dal Vangelo e dal pensiero di Simone Weil. Il suo rapporto irrisolto con la fede e la costante attenzione verso le vittime della grande Storia, i “piccoli”, rappresentano il fulcro di romanzi come “La Storia” e “Aracoeli”, testimonianze di una vocazione letteraria che ha esplorato con lucidità i meccanismi del potere e la condizione umana.
L’anno della riscoperta tra Torino e Roma
114 anni fa, cioè il 18 agosto 1912, nasceva a Roma, al civico 7 di via Anicia, una bambina che poi avrebbe lasciato un segno profondo nella narrativa italiana; figlia di una maestra ebrea modenese, Irma Poggibonsi, e di un impiegato postale siciliano che lei credeva il suo padrino, Elsa Morante crebbe nel quartiere popolare di Testaccio, nonostante le ristrettezze economiche, sviluppò una vocazione precoce per la scrittura. Quest’anno la sua voce è tornata a farsi sentire perché il Salone del Libro di Torino ha scelto come tema della XXXVIII edizione proprio “Il mondo salvato dai ragazzini”, titolo della raccolta che la Morante pubblicò nel 1968; inoltre a Roma, presso il Museo in Trastevere, un ciclo di incontri rilegge “La Storia” a più di cinquant’anni dalla pubblicazione…insomma per Elsa Morante è l’anno della riscoperta.
Il legame inquieto con la fede
Cattolica fervente da giovane, volle sposare Alberto Moravia con rito religioso nella Chiesa del Gesù, il lunedì dell’Angelo del 1941, la celebrazione fu presieduta da padre Pietro Tacchi Venturi, suo confessore e guida spirituale; il legame con la fede restò inquieto per tutta la vita, lo testimonia il romanzo a cui lavorò negli anni Sessanta senza portarlo a termine, dal titolo “Senza i conforti della religione”, un progetto sulle forme della religiosità contemporanea, da cui germogliarono sia “La Storia” che “Aracoeli”, il suo ultimo romanzo. Il titolo “Aracoeli” rimanda alla basilica sul Campidoglio, «altare del cielo», dove secondo la leggenda la Sibilla predisse ad Augusto la venuta del figlio di Dio, così la Morante assegnò quel nome carico di risonanze mariane alla madre del protagonista Manuele, figura di grazia e insieme di disfacimento.
Il Vangelo e la prospettiva degli ultimi
Il Vangelo resta il filo conduttore più tenace della sua opera: in apertura de “La Storia”, pubblicato nel 1974 in edizione economica per volontà dell’autrice, campeggia una citazione dal vangelo secondo Luca: «…hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli… perché cosí a te piacque». Per la Morante la Storia era quella vissuta dai piccoli, dalle cavie: la maestrina Ida, il bambino Useppe con i suoi occhi spalancati sul mondo, il cane Blitz, così la grande Storia restava uno «scandalo che dura da diecimila anni», il cingolato che travolge chi non ha voce.
L’incontro filosofico con Simone Weil
Dietro questa visione agiva una lettura che la scrittrice definì decisiva per la propria vita: i Quaderni di Simone Weil, ne “Il mondo salvato dai ragazzini” la filosofa francese compare tra i «Felici Pochi» (quelli che si contrappongono agli «Infelici Molti») ed è definita «l’intelligenza della santità». Dalla Weil la Morante assorbì lo sguardo che tiene insieme la compassione per le vittime e l’analisi dei meccanismi del potere, per questo il soldato tedesco Gunther, che nelle prime pagine de “La Storia” violenta Ida, appare come un ragazzo infantile e triste, vittima anche lui della macchina della guerra.
Una vocazione solitaria e l’interrogativo sul presente
Scrisse poco, quattro romanzi in quarant’anni, e pagò questa fedeltà alla propria vocazione con una vecchiaia in solitudine; tentò il suicidio nel 1983, morì d’infarto nel novembre del 1985. Certamente i suoi libri continuano a interrogare il presente: rileggere oggi “La Storia”, mentre le guerre producono nuove cavie, significa ritrovare una scrittrice che aveva posto al centro della letteratura la domanda più scomoda: a chi appartiene davvero la storia? La Morante conosceva la risposta, l’aveva trovata in Luca, capitolo dieci, versetto ventuno.













