
Ansia e pressione: l’altro volto della maternità
La carica di ulteriori responsabilità rispetto a quelle che già ha, la fa sentire sotto
Don Francesco Cuzzocrea ci conduce in una riflessione "al passo coi tempi"; nel Belpaese convivono due società: quella dei figli indesiderati e quella in cui arde il desiderio di maternità. In questa dicotomia in tanti si interrogano sulla posizione della Chiesa che continua a privilegiare la "porta piccola" della vita che nasce rispetto a forme di egoismo edulcorate.
Dopo l’ultima trovata dell’AIFA di sdoganare gratuitamente in tutta Italia la pillola anticoncezionale per tutte le fasce d’età, è tempo di interrogarsi maggiormente sul senso della maternità, anzi sul desiderio di maternità e su quanto diviene urgente sanare la schizofrenia tra il “rischio di un figlio” e “un figlio a tutti i costi”.
La cornice resta purtroppo quella di un inverno non solo demografico, dal quale non si vede via d’uscita, ma anche di un inverno educativo, dove i nostri giovani si trovano sempre più soli, e di un contesto ipererotizzato, dove la divinizzazione del corpo coincide paradossalmente con la sua cosificazione.
La questione è comunque più generale e abbraccia prima di tutto la salute della donna chiamata a divenire madre ma anche la salute della stessa coppia, chiamata alla comunionalità non solo nei corpi trasportati dalle emozioni ma anche in un progetto comune, dove il desiderio dovrebbe fare il paio con la responsabilità di prendersi cura dell’altro e del figlio che è frutto di questo amore.
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Per questo la questione si allarga al mistero stesso della vita, al senso da attribuire alla maternità, la più alta delle vocazioni, e alla fecondità comunionale che richiede uno sguardo grato e l’impegno indissolubile degli sposi.
E anche in quest’ultimo versante si gioca lo sguardo profetico della comunità cristiana, ma anche di tanti non credenti, chiamata a difendere l’amore da ogni suo impoverimento, il valore e l’importanza della sessualità dalla deriva riduzionistica del piacere appiattito sulle sensazioni e sulla performance, finalizzata spesso all’esclusivo ed egoistico piacere e, in esso ingabbiata, fino alla negazione di una sua parte (la fertilità) e dunque ridotta alla sua falsificazione.
Considerazione più puntuale merita la sempre più sottile la demarcazione tra contraccezione e contragestazione, oramai praticamente imparentati tra loro. La rinuncia alla vita è sempre stata purtroppo la matrice unica della contraccezione e dell’aborto, e oggi lo si comprende ancora meglio per il fatto che i due concetti hanno perso i loro contorni designando, di nome e di fatto, la medesima realtà. Ciò che si credeva (e oggi ancora erroneamente si crede) contraccezione, cioè l’impedire il concepimento, spesso non è altro che “rimozione del concepito”, cioè aborto.
Con l’abbassamento delle dosi ormonali i nuovi combinati estroprogestinici non bloccano completamente l’ovulazione. La presenza di ovulazioni intercorrenti (in media una ogni quattro mesi, ma in realtà il numero è ancora maggiore se si considerano le frequenti dimenticanze di assunzione), che evidenze scientifiche hanno dimostrato istologicamente e chimicamente, ne è la conferma.
Con preparati di combinazione è possibile osservare nell’endometrio quasi sempre la cosiddetta “secrezione rigida”, per cui l’annidamento di un ovulo eventualmente fecondato viene reso difficile oppure impedito. In occasione poi delle suddette ovulazioni intercorrenti, nel follicolo descente estrogeni ivi fabbricati possono influenzare il muco cervicale rendendolo più agevolmente attraversabile dagli spermatozoi.
La motilità tubarica, infine, mediante i contraccettivi orali subisce una riduzione e pertanto il transito dell’embrione viene rallentato. Al momento del possibile annidamento non è più vitale e perciò muore. Esso “rinsecchisce” letteralmente poiché non perviene tempestivamente all’annidamento che gli salverebbe la vita, dal momento che gli verrebbero messe a disposizioni le ulteriori sostanze nutritive per lo sviluppo.
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Davanti a questo scenario occorre riportare al centro del dibattito la conoscenza e la regolazione naturale della fertilità, un vero servizio alla vita e all’amore ma anche alla vera libertà delle donne. Occorre educare il desiderio dentro l’esercizio personalistico e integrale dell’amore coniugale, congiunto alla responsabilità procreativa e alla gratuità della sessualità umana, perché come scriveva Hermann Hesse: “Felice è chi è capace di amare molto, ma amare e desiderare non sono la stessa cosa. L'amore è il desiderio divenuto saggezza; l'amore non vuole possedere; vuole soltanto amare”.
* assistente ecclesiastico CFC Calabria, docente di Etica sessuale, counselor familiare e di coppia
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