Avvenire di Calabria

Fine vita ed eutanasia, sentenza grigia

Una legge sul testamento biologico è stata approvata meno di un anno fa

Davide Imeneo

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La sentenza della Consulta sul caso di Marco Cappato desta perplessità perché si invita il Parlamento a legiferare, entro undici mesi, quando una legge sul testamento biologico è stata approvata meno di un anno fa. I giudici hanno invitato il Parlamento a promulgare una legge sul fine vita e dopo, il 24 settembre 2019, decideranno se il reato di aiuto al suicidio è incostituzionale, in tutto o in parte. Nel frattempo il processo a carico di Marco Cappato rimane sospeso.

La Corte afferma che «l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione». Eppure, nella discutibile legge sulle Dat, approvata il 22 dicembre 2017, il bilanciamento è già stato trovato. Oppure dobbiamo pensare che si voglia strumentalizzare la sentenza della Consulta per introdurre l’eutanasia e cioè prevedere nel nostro ordinamento il dovere di somministrare morte su richiesta da parte di malati e disabili? Se così fosse, si delinea un orizzonte pericoloso: il diritto a vivere sarebbe tutelato dalla legge solo se si è sani e in perfetta forma fisica e mentale. E i disabili? E gli anziani? E chi è segnato da fragilità?

Se la morte diventa un diritto, tutto può essere permesso. Una legge sull’eutanasia dovrebbe sancire quale è il limite oltre il quale la vita non è più degna di essere vissuta. Può una legge stabilire questo confine? Affiora, in questa ipotesi, la logica perversa del mito dell’autodeterminazione spesso conseguenza della solitudine, disperazione e abbandono. Anche Bassetti, presidente della Cei, notava che «la legge sul fine vita non è chiara fino in fondo. Che ci vogliano esplicitazioni mi sembra logico». Il centro della riflessione è sul paziente: «Bisogna rispettare il malato – ha aggiunto Bassetti – ma è necessario che anche il medico abbia una gran parte. Quando arrivano alla fine della vita gli ammalati non pensano più quello che avevano pensato dieci anni prima. Si può cambiare idea. Uno ha desiderio di vivere, non di morire, sono eccezionali i casi contrari, e se anche uno nella disperazione fosse preso, il compito della Chiesa è accompagnare ed essere buoni samaritani fino in fondo. È anche la solitudine che porta a certe decisioni».

Tra i vari interventi di questi giorni appare assai sensato quello dell’Associazione medici cattolici, che attraverso il suo presidente Filippo Boscia sostiene che «continua inesorabile la campagna assurda e barbara per l’eutanasia. È scandaloso che non si riesca a promuovere una cultura che sia anche umanamente solidale e si ponga in difesa della persona ammalata, oggi più che mai umiliata nella sua fragilità. I malati sono ormai viandanti senza più protezioni». Questa «sentenza grigia» finisce per violare «la razionalità scientifica di una assistenza» che è e resta «nettamente contraria a ogni forma di suicidio assistito».

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