Nato a Maropati nel 1903, Fortunato Seminara è stato uno scrittore che ha documentato la realtà sociale della Calabria del Novecento. Attraverso la sua produzione letteraria, ha analizzato le condizioni di vita nel Meridione, mantenendo un approccio narrativo incentrato sulle vicende individuali dei suoi personaggi. Nonostante i periodi di permanenza a Napoli e all’estero, il legame con il suo paese d’origine è rimasto costante lungo tutta la sua esistenza. Nel corso della sua carriera ha ottenuto l’attenzione di diverse figure di spicco del panorama culturale italiano, sebbene la sua opera abbia in seguito incontrato difficoltà di diffusione a livello editoriale. Il suo percorso umano e professionale è stato inoltre segnato dalla perdita di molto materiale originale a causa di un incendio doloso.
Le origini e gli studi
Fine intellettuale che seppe leggere l’animo degli ultimi è definito, non a caso, il padre del “Neorealismo” degli anni Trenta. Figlio di questa terra Fortunato Seminara nasce a Maropati il 12 agosto 1903 da una famiglia di contadini benestante. È qui che inizia il suo percorso di studi. Una prima novità per quella società che voleva solo per i figli di nobili la possibilità di studiare.
Il trasferimento e l’attenzione per il Meridione
Concluso il liceo ginnasiale viene chiamato militare e arriva a Roma dove si iscrive all’università in giurisprudenza frequentando il primo anno di corso per poi trasferirsi a Napoli. Qui conobbe la futura moglie, si sposò giovanissimo, ebbero due figli ma il matrimonio finì presto. Si laureò ed emigrò in Svizzera dove svolse l’attività giornalistica aderendo al Partito Socialista. Si trasferì poi in Francia prima di tornare nel 1932 a Maropati. Un legame mai rescisso quello con la sua terra. Non a caso «in tutta la sua opera lo scrittore indaga sulle cause dell’arretratezza della Calabria, sullo squilibrio tra Nord e Sud, mette il dito nella piaga delle condizioni degradate del Meridione». Ma in modo molto personale. Seminara, infatti, come ha evidenziato il critico letterario Giorgio Manacorda, ha avuto un merito: non ha ridotto a “simboli” i suoi personaggi, lasciando a ciascuno la propria individualità, «senza indulgere né all’uniforme soggezione de fatti umani ad un fato impersonale che li determini, né all’esaltazione apologetica di volontà eroiche o posizioni sociali».
La produzione letteraria e il rientro in paese
Il ritorno a casa lo vede impegnato con voracità sul fronte letterario nonostante le difficoltà. Il suo primo romanzo “Le Baracche” del 1934, preceduto da alcuni racconti e da un altro romanzo, è pubblicato solo nel 1942 perché avversato dal fascismo. Dal 1951, uno dopo l’altro pubblicò i suoi romanzi, i racconti, i saggi. Viene conosciuto ed apprezzato da letterari, critici, intellettuali, tra cui Alvaro, Nenni, La Cava, Calvino.
L’incendio dell’abitazione e gli ultimi anni
In quegli ebbe riconoscimenti nel campo giornalistico e al merito letterario. Dopo “I sogni della provinciale” lo scrittore non darà più nulla alle stampe, ma la sua produzione letteraria continuerà. Nella notte di Natale del 1975 la sua casa di Pescano viene data alle fiamme da criminali. Vennero distrutti molti suoi libri, manoscritti, carteggi, lettere. Fu una
ferita che segnò per tutto il tempo successivo la vita dello scrittore e anche la sua salute velocemente peggiorò. Morì il primo maggio del 1984 a Grosseto, a casa del figlio Oliviero. Oggi i suoi resti sono custoditi in un’area sepolcrale a lui dedicata: “Il Recinto della Memoria” ed è stata creata una Fondazione con il suo nome.
L’oblio editoriale e il ricordo dei colleghi
Così come accaduto per altri grandi autori calabresi, anche Seminara, dopo la morte venne ignorato dalle case editrici in un’ottica puramente commerciale dei testi. Eppure, il suo nome in vita ha visto l’apprezzamento di letterari, critici e intellettuali, come Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Elio Vittorini e Italo Calvino, il quale di lui scrisse un commovente ricordo pubblicato su “La Repubblica” il 3 maggio del 1984, all’indomani della sua
scomparsa. «Seminara –scrive Italo Calvino – era un uomo tarchiato e taciturno, un volto corrucciato che ricordava un po’ il suo conterraneo Corrado Alvaro, ma con capelli crespi e occhi pungenti. Ci eravamo conosciuti agli inizi degli anni Cinquanta e lo consideravo un coetaneo, sia pur un poco più anziano, perché il suo atteggiamento non era diverso da quello di tutti noi che avevamo esordito nel dopoguerra, con la stessa soggezione verso gli scrittori delle generazioni precedenti che potevano emettere sentenze inappellabili su quello che scrivevamo. Solo avvertivo in lui una concentrazione più ostinata, un silenzioso orgoglio».













