Avvenire di Calabria

«Fratelli tutti», la lettura ''sociale'' di don Nino Pangallo, direttore della Caritas diocesana di Reggio Calabria-Bova

Francesco: «Le ”zone d’ombra” accrescono i razzismi»

Redazione Web

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Quando ero ragazzo il canto “Resta qui con noi” del Gen Rosso colpiva profondamente noi giovani. L’attacco era ad effetto: “Le ombre si distendono, scende ormai la sera”. Le ombre erano il segno della sera, della notte in arrivo. Le ombre esprimevano lo stato d’animo dei discepoli di Emmaus mentre lasciano Gerusalemme, scoraggiati e delusi. Il richiamo alle ombre ritorna nel primo capitolo di “Fratelli tutti” che ha per titolo “le ombre di un mondo chiuso”.

Quando il mondo delle relazioni si chiude, si alzano le ombre. L’ambiente con poca luminosità acuisce l’oscurità. Papa Francesco nel parlare di fraternità e amicizia sociale subito presenta un quadro generale che potremmo considerare la pars destruens. Con pennellate rapide vengono presentati gli ostacoli odierni ad una fraternità universale, per troppi divenuta un’illusione irenica, un tema per predicatori sdolcinati e romantici. Francesco scava in profondità mostrando i lati oscuri di un fatto: ciascuno di noi è parte vitale dell’umanità. La fraternità non è romanticismo ma un dato di fatto della nostra struttura antropologica.

Eppure, tale dato trova tante ombre. In primo luogo sembra andare in frantumi l’idealità di unificazione planetaria. Si pensi alla crisi dell’Unione Europea, alla debolezza delle alleanze latino-americane, allo stallo dell’ONU. In questa linea la globalizzazione diviene solo un valore sul piano economico. Non vi è tanto una spinta a cercare la fraternità universale, quanto ad avere libertà di mercato. Ciò fa crescere una nuova colonizzazione senza un progetto comune. Il dividi ed impera cresce come stile di governo. La rotta non è una per tutti. Assistiamo ad un “decostruzionismo” che svuota parole come democrazia, libertà, giustizia, unità di significato.

di Antonino Pangallo * - Da qui vi è il rifiuto della coscienza storica. Ci si convince che la storia non ha nulla da insegnare. Il patrimonio valoriale degli anziani, come l’esperienza delle generazioni a noi precedenti, divengono inutili.  Illusi di poter tutto capire, ci si ritrova più vulnerabili dinanzi a chi riesce a pilotare l’opinione pubblica e crea nuove forme di schiavitù.

Ne consegue la perdita di una visione comune ed universale. Viene così meno un progetto unificante valido per tutti. Ciò che conta è il consenso, qui e oggi, su piccoli obiettivi. Così la logica dello scarto avanza. L’altro è solo colui che può entrare nella mia orbita. Chi potrebbe metterci in difficoltà scompare dagli schermi digitali. I diritti umani, sanciti a livello planetario, nella realtà vengono chiosati e non vengono garantiti allo stesso modo per tutti. Nella prassi il diverso da me diviene un peso. Così conflitto e paura divengono stile di vita. La conflittualità della lotta nell’arena fanno crescere l’adrenalina di vita. La distruzione del nemico è il fine del confronto. La paura avanza come demone sempre in agguato su cui far leva per avere il consenso.

La pandemia ci ha smascherati, ha rivelato la fragilità e l’incapacità di agire insieme. E’ cresciuto l’isolamento. Tale chiusura si manifesta particolarmente nella visioni razzista, anche se camuffata. Lo straniero diviene il nemico che vuole superare le frontiere. Per difendersi dall’assedio, torri e mura vengono costruite. E sulla frontiera non vi è più dignità. Lo straniero diviene un capro espiatorio.

La chiusura apparentemente sembra non esistere, dal momento che la comunicazione cresce nelle capacità tecniche di tutto raggiungere pervasivamente. Ci sentiamo connessi con il mondo ma rischiamo di non incontrare nessuno. La comunicazione così crea una grande illusione. Aggressività senza pudore e informazione senza saggezza divengono binari del treno comunicativo virtuale che evita l’incontro, seleziona gli interlocutori. Così torna la schiavitù sotto nuova veste: sottomissione e disprezzo di sé dei singoli e dei popoli divengono ingredienti per pilotare gli interessi di pochi.

Tutto questo riguarda il mondo intero e la Chiesa non è fuori da tutto ciò. Papa Francesco ha così mostrato, nel capitolo primo dell’enciclica, tutte le ombre oscure della fraternità, oggi come ieri. Tuttavia, le ombre non possono oscurare la luminosità della speranza evangelica, la luce della speranza. Di tale luce l’enciclica desidera mostrare il riverbero. Il testo della canzone citata dal Gen Rosso così cantava “e si allontanano dietro i monti i riflessi di un giorno che non finirà, di un giorno che ora correrà sempre perché sappiamo che una nuova vita da qui è partita e mai più si fermerà…Resta qui con noi”.

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