Fraternità universale, il percorso (a ostacoli) delle religioni

Le religioni hanno un ruolo nella costruzione della fraternità universale? La domanda non è banale, dal momento che oggi si identifica religione con violenza, quasi che la difesa della propria identità religiosa sia necessariamente focolaio di aggressività.
C’è chi ha teorizzato lo scontro di civiltà trovando nelle religioni la testa di ariete per soppiantare mondi culturali. Inoltre, sembrano svaniti gli slanci tesi al dialogo tipici del clima post-conciliare. Anche se il dialogo ecumenico ed interreligioso è divenuto “irreversibile”, pochi ci credono e le energie spese su questo fronte sono sempre più esigue. Dietro l’apparente rispetto formale e le diplomazie della settimana dell’unità, uno scetticismo strisciante mette all’angolo i pochi testimoni ed artigiani di unità ecumenica e tra le religioni. In questo contesto anche la nostra realtà ecclesiale sembra ritornata indietro di decenni. Anche tra noi avanza la rigidità e la chiusura. L’ultimo capitolo dell’enciclica Fratelli tutti considera le religioni e la loro testimonianza al servizio della fraternità del mondo.
Una premessa val qui porre. Papa Francesco, come per la Laudato si’ , era richiamato all’impegno ecumenico del Patriarca Bartolomeo per la salvaguardia del creato, per la Fratelli tutti pone sullo sfondo il documento di Dubai firmato con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb.
L’eminente dignità della persona umana viene mostrata e difesa dai credenti. L’oblio antropologico è dovuto, purtroppo, anche alla scomparsa dalla scena pubblica dei credenti e dei loro mondi religiosi. Non si può relegare nel privato la fede, pena il rischio di una vita pubblica lasciata soltanto ai tecnici, ai burocrati, agli scienziati, agli economisti, a clown pronti sempre ad intrattenere. La rigida applicazione del principio di laicità ha isolato le religioni, acuendo il rischio di una loro fuoriuscita non sempre pacifica. La libertà religiosa è fondamentale ed è chiesto ai credenti di ogni fede di potersi esprimersi pubblicamente, di contribuire alla fraternità universale mettendo sempre di più al centro la dignità della persona umana.
In modo particolare il dialogo con il mondo islamico appare prioritario, al fine di smascherare tante forme di violenza (come il terrorismo o le nuove colonizzazioni) che strumentalizzano elementi religiosi. L’enciclica non nasconde le difficoltà, compresa quella della reciprocità e del rispetto della libertà religiosa delle minoranze, tuttavia, la strada da perseguire è quella dell’incontro e del dialogo. L’incontro di mondi religiosi diversi non è svendere la propria identità per sembrare più light, ma nasce dal soffio dello Spirito. Nel centenario dell’incontro di San Francesco con il Sultano, lo stile del Santo di Assisi fa scuola. Luminosa è la testimonianza del Beato Charles de Foucauld. Non meno rilevante è l’insegnamento del Mahatma Gandhi. Sul fronte del dialogo ecuSmenico, purtroppo, la globalizzazione trova i cristiani divisi ed incapaci di poter offrire al mondo una testimonianza di unità. Molte energie andrebbero impiegate per tessere reti di fraternità e di dialogo tra i cristiani delle diverse confessioni.
Vi è un ecumenismo della carità (accanto a quello teologico e spirituale) che contribuisce al cammino verso la piena unità. Rimettendo al centro il kerigma, i credenti in Cristo sono chiamati a mostrare come il Vangelo sia una luce capace di illuminare la persona umana e di coglierne la dignità soprattutto nella fragilità. Vengono citate figure significative impegnate nella difesa dei diritti umani quali Martin Luther King, Desmond Tutu. (9/Fine)

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