Gestire la rabbia con il dialogo e l’intelligenza emotiva

di Caterina Capponi * – La rissa verificatasi tra sabato e domenica, sul Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria ha sollecitato, in queste ultime ore, riflessioni, incontri con rappresentanti delle forze dell’ordine, esternazioni forti spesso caratterizzate da sentimenti come indignazione, vergogna, rabbia; individuando (sin troppe e disparate) cause come il ricorso all’alcool, alla droga, oppure la crisi morale, politica, religiosa, l’assenza della famiglia, la cultura mafiosa, etc. etc..

Soluzioni proposte? Ben poche, tra cui brilla il suggerimento di ricorrere ad un’azione repressiva di polizia. Sicuramente la frequenza degli episodi impone di porre una questione (anche) di sicurezza. Tuttavia, l’intervento degli agenti e un maggiore impiego di uomini non scioglie il nodo cruciale, perché non si tratta solamente di un problema d’immagine del “più bel chilometro d’Italia” o della sorte commerciale dei locali stagionali. L’episodio verificatosi è certamente deprecabile, assolutamente da biasimare e condannare, non soltanto perché un gruppo di ragazzi veniva coinvolto in gesti di violenza inaudita, ma anche perché il fatto è divenuto presto virale sui social (il che deve fare riflettere).

Qualcuno sarà pronto a invocare il diritto di render pubblico un avvenimento d’interesse collettivo, ma bisognerebbe allora anche evidenziare che la barbarie e l’assenza totale di senso civico si consumano davanti ai nostri occhi, con testimoni che, anziché intervenire per sedare gli animi, si limitano ad assistere all’impetuosa scena, a filmarla e condividerla, senza il minimo turbamento. I social network, in realtà secondo studi recenti aumentano sentimenti di frustrazione, depressione, fino a far registrare fenomeni di aggressività comunicativa, definita dagli esperti “Hate speach”. Tale disagio sociale crescente, non si limita alla dimensione virtuale ma provoca un’incapacità nel gestire rapporti personali e nell’affrontare la quotidiana conflittualità. Tutto ciò è considerevolmente amplificato se si tratta di giovani in fase adolescenziale, già in contrasto con famiglie e con il mondo circostante.

Negli anni Novanta per la prima volta veniva riconosciuta come “Emotional Intelligence” La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni. Giunto recentemente dall’America il nuovo modello del “Coping power”, si sta ormai diffondendo e sperimentando in alcune scuole italiane, per affrontare i notevoli problemi emotivi e i comportamenti aggressivi dei giovanissimi, oltre al nervosismo eccessivo, supportandoli, in un percorso che spieghi come sia semplice fraintendere le reali intenzioni degli altri.

Il ruolo dei genitori, della famiglia, degli insegnanti in questo percorso formativo diviene strategico, in presenza di comportamenti aggressivi che conducono celermente, ad un enorme peggioramento delle prestazioni scolastiche sino a sfociare in fenomeni di devianza minorile. Non ignoriamo, già da molto tempo, che vi sono delle caratteristiche biologiche nella gestione dell’impulsività interagenti con il contesto, le comunità di appartenenza, il gruppo dei pari, i modelli educativi parentali di riferimento, tra i quali, un fattore di rischio è rappresentato sicuramente dall’alto tasso di criminalità presente nel territorio. Occorre, quanto prima, ritornare sui banchi di scuola per apprendere le regole della conversazione, a partire dalle sue primissime condizioni: la coscienza di non essere in possesso di assolute certezze, assumendo un atteggiamento autocritico e rispettoso dell’interlocutore, come salubre monito o fruttuosa scintilla, capace di accendere il grande dialogo interumano.

*Docente Scienze Umane

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