Giornata contro la violenza sugli operatori sanitari: la voce di chi opera sulle ambulanze del territorio reggino

Daniela Dattola

In occasione della Giornata nazionale contro la violenza verso gli operatori sanitari del 12 marzo scorso, diamo voce a chi vive ogni giorno la frontiera dell’emergenza. Daniela Marcella Dattola, infermiera del 118 dal 1998 in servizio alla postazione di Reggio sud 012, ci porta a bordo dei mezzi di soccorso. Il suo è il racconto di una trincea in cui i professionisti, spesso inviati senza un medico a fianco, diventano il “parafulmine” per la rabbia di cittadini esasperati dalle carenze del sistema. Eppure, dietro il logoramento quotidiano fatto di tensioni e minacce, emerge la forza di una vocazione che non cede al cinismo, continuando a rispondere all’ostilità con ostinata umanità.

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Negli ultimi anni sembra essersi rotto qualcosa nel rapporto di fiducia tra cittadini e Servizio Sanitario. Lei che vive la trincea dell’ospedale ogni giorno, come respira questo cambiamento? Qual è il livello di tensione emotiva all’inizio di un normale turno di lavoro?

Io lavoro sul territorio in prima linea e quando partiamo per un soccorso non sappiamo a cosa andiamo incontro. Per noi che lavoriamo in emergenza il carico di tensione risulta la normalità e sappiamo gestire lo stress ma spesso (io quasi sempre) non abbiamo un medico a bordo e questo per molti utenti diventa oggetto di discussione fin da subito e ci sentiamo sviliti, l’utente non è abituato alla presenza del solo infermiere. Le persone hanno perso fiducia e si inaspriscono di fronte ad un sistema sanitario che purtroppo spesso non da risposte sul territorio e si affidano così all’ emergenza sanitaria (118 numero breve che risponde 24 ore su 24) che dà risposte immediate ma che non può supplire a tutte le carenze. Ci troviamo così di fronte a gestire soccorsi che nulla hanno a che fare con l’emergenza (pericolo di vita) e a rispondere, malgrado la carenza di medici a bordo, a tutte le richieste degli utenti. Questo fa si che vi sia un carico di lavoro esorbitante con il rischio che se succede una emergenza ci troviamo a non rispondere immediatamente alla richiesta. La tensione emotiva è costante anche se sappiamo reagire e rimanere empatici.

Quando parliamo di violenza, spesso pensiamo solo all’aggressione fisica da prima pagina. Ma esiste un logoramento quotidiano fatto di parole, minacce e pretese. Ci può descrivere quali sono le forme di violenza psicologica e verbale che feriscono di più lei e i suoi colleghi?

Noi del 118 ma tutti i colleghi in generale viviamo costantemente uno stress da lavoro cronico, i   numeri delle aggressioni sono in crescita e gli infermieri assorbono oltre la metà degli attacchi. I pronto soccorso e l’emergenza territoriale sono i più esposti. le infermiere donne tra le più esposte, ricevono attacchi verbali, minacce e attacchi fisici. Tra le cause principali figurano il sovraffollamento delle strutture, le lunghe attese e le aspettative dei familiari, io capisco il paziente ed i familiari che si vedono sviliti ma l’operatore in trincea non ha colpe. Va fatta una campagna seria che educhi la popolazione a non attaccare il lavoratore che si impegna per il bene comune. La Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari del 12 marzo deve far riflettere il cittadino, deve far comprendere che gli operatori cercano di mitigare il dolore e le preoccupazioni che ci affliggono che sono competenti e riescono a dare risposte adeguate, una persona che si rivolge al Sistema Sanitario lo fa per necessità e deve essere ascoltato ma dobbiamo essere rispettati anche noi che con mille difficoltà lavoriamo per le vulnerabilità. L’Operatore deve lavorare in un ambiente sano, pulito, deve rispondere ai bisogni con serenità per essere efficiente ed efficace invece siamo costantemente un bersaglio fatto di parole, minacce e pretese perché secondo me mancano i valori di responsabilità e cooperazione, manca il valore della comunità, i cittadini tendono a percepire la “cosa pubblica” come “cosa di nessuno” e questo favorisce comportamenti egoistici.

Spesso l’operatore sanitario diventa il “parafulmine” delle inefficienze del sistema: carenza di personale, liste d’attesa infinite, barelle in corridoio. Come si fa a mantenere l’empatia verso un paziente o un familiare esasperato, difendendo al contempo la propria dignità di lavoratore?

Ammetto che sia molto difficile rimanere empatici e svolgere il proprio compito con diligenza e professionalità, spesso ci si trova a pensare se vale la pena svolgere questa professione. La mia risposta è sì se si fa con passione, dobbiamo diventare mediatori tra il sistema nazionale ed il paziente dobbiamo essere più assertivi e dimostrare il nostro valore, è opportuno talvolta non “sentire” le offese che spesso sono date dalla paura e dalla frustrazione. Noi entriamo nelle case delle persone, entriamo nel loro mondo, la fiducia va conquistata con educazione anche mettendo da parte noi stessi per gli altri.

Scegliere di fare l’infermiera significa scegliere di farsi carico della fragilità altrui. Come si riesce a non perdere la passione, l’umanità e la vocazione originaria quando si viene ripagati con l’ostilità proprio da chi si sta cercando di guarire?

La Professione infermieristica ha subito un grande cambiamento negli anni, l’infermiere è un professionista sanitario che riesce a gestire stress, emergenze e momenti molto difficili, lo fa si con passione ma lo fa e lo deve fare soprattutto con la competenza deve saper fare e deve saper essere. Il cittadino deve fidarsi, deve lasciare lavorare il professionista. Il rapporto tra utente e infermiere anche se spesso non facile deve essere un rapporto rispettoso.  Florence Nightingale stessa definiva: “L’assistenza è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale ed una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti. Anzi, la più bella delle Arti Belle”.

C’è un episodio particolare, uno sguardo, un momento di riconciliazione con un paziente difficile che le ha dato la forza di dire: “Nonostante tutto, vale ancora la pena fare questo lavoro”?

Vale la pena svolgere questa professione perché salvare una vita da una soddisfazione enorme. L’infermiere raccoglie i bisogni e assiste. Lo fa ogni giorno con dedizione, capacità e spirito, la  giornata del 12 marzo promuove una cultura di educazione e rispetto, non siamo un bersaglio ma una fonte di cura e umanità condanniamo ogni forma di violenza nei confronti dei sanitari. Noi ci siamo e ci saremo sempre per tutti!

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