Il 29 maggio ricorre la Giornata Internazionale dei Peacekeeper delle Nazioni Unite, un appuntamento istituzionale stabilito nel 2003 per riflettere sull’impegno del personale civile, militare e di polizia impiegato nelle operazioni di mantenimento della pace e per onorare la memoria di coloro che hanno perso la vita in servizio. Le forze di pace dell’Onu, note comunemente come Caschi Blu, operano a livello globale seguendo un mandato basato sulla prevenzione dei conflitti, sull’assistenza umanitaria e sul supporto alle istituzioni in territori segnati da tensioni. Nonostante il ruolo storico e i riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Nobel per la Pace conseguito nel 1988, i recenti dati analitici documentano un progressivo ridimensionamento del personale dispiegato sul campo nell’ultimo decennio, con la maggior parte delle operazioni attualmente limitate a specifiche aree geografiche africane, lasciando scoperti altri contesti critici.
Le origini e gli obiettivi della missione delle Nazioni Unite
Da quando esistono rappresentano nell’immaginario collettivo una speranza di pace anche se il loro dna dice chiaramente che non possono imporla con la forza. Oggi 29 maggio si celebra la Giornata Internazionale dei Peacekeeper delle Nazioni Unite. La ricorrenza è stata istituita ufficialmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 57/129 del 2003 con il duplice obiettivo di onorare la memoria dei caschi blu che hanno perso la vita per la causa della pace e di ringraziare il personale militare, civile e di polizia per la dedizione e la professionalità dimostrate sul campo. La prima missione ONU risale al 29 maggio del 1948 quando il Consiglio di Sicurezza approvò la Risoluzione 50, che portò alla nascita della prima operazione di monitoraggio in Palestina, l’UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization). I Caschi Blu delle Nazioni Unite (ufficialmente United Nations Peacekeeping) nascono nel 1956 durante la crisi di Suez e sono composti da contingenti militari e di polizia forniti volontariamente dagli Stati membri. Non costituiscono un esercito permanente, ma agiscono sotto il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Cinque sono i pilastri su cui si basano le loro missioni nel mondo: la prevenzione dei conflitti con un monitoraggio delle tensioni prima che queste sfocino in veri e propri scontri. Quindi il mantenimento della pace vigilando sul rispetto del cessate il fuoco e degli accordi di tregua. L’assistenza umanitaria attraverso la protezione delle popolazioni civili vulnerabili e altresì garantendo l’accesso agli aiuti. Quindi il consolidamento della pace stessa supportando la ricostruzione delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto nei contesti post-conflittuali.
Le regole d’ingaggio sul campo e l’impegno italiano
Per poter operare sul campo, i Caschi Blu devono avere il consenso delle parti coinvolte che di fatto scelgono di accettare la presenza dell’ONU. Oltre ad essere imparziali in queste missioni le armi possono essere impiegate esclusivamente per autodifesa o per difendere il mandato stesso della missione. I soldati sono membri delle forze armate dei rispettivi Paesi d’origine e durante la missione rispondono militarmente alle Nazioni Unite. Una menzione speciale va alla task force italiana (Unite4Heritage), nata per proteggere il patrimonio artistico mondiale durante crisi e conflitti. Nel 1988 alle Forze di pace delle Nazioni Unite è stato conferito il Premio Nobel per la Pace.
I dati Sipri sul declino del peacekeeping multilaterale
La situazione oggi però non è quella prevista alla nascita secondo quanto riporta Agensir. «C’è un declino del peacekeeping multilaterale nell’arco di un decennio che emerge dalla rilevazione diffusa dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Allo scorso 31 dicembre erano dispiegati 78.633 operatori internazionali, la metà rispetto al 2016 e il livello più basso da almeno venticinque anni, con il 2025 che ha segnato il calo annuo più brusco dell’intero decennio, pari a -17%. Le operazioni internazionali attive sono scese a 58, concentrandosi in 34 Paesi o territori. All’incirca tre quarti del personale è concentrato in appena cinque missioni, quattro delle quali in Africa subsahariana, mentre il resto del mondo (incluse alcune delle crisi più gravi tutt’ora in corso) è di fatto scoperto». Non tutto, però, appare definitivamente perduto. I nuovi accordi di cessate il fuoco continuano a prevedere missioni multilaterali, dimostrando come – sul campo – la domanda di pace non sia venuta meno. «Il collasso della gestione multilaterale dei conflitti non è inevitabile», spiega l’autrice del report, Claudia Pfeifer Cruz. Ma affinché non lo sia per davvero, c’è bisogno che gli Stati riescano ad andare oltre le mere dichiarazioni garantendo «finanziamenti prevedibili» e creando «spazio politico per risposte multilaterali efficaci».













