Giornata mondiale del malato, farsi prossimo tra le corsie: l’esempio del Buon Samaritano e il servizio dei giovani in ospedale

giornata mondiale del malato

La ricorrenza della Giornata mondiale del malato offre l’opportunità di approfondire il senso della sofferenza e il ruolo della comunità cristiana nel farsi carico delle fragilità altrui. Al centro della riflessione vi è la dinamica dello sguardo e della relazione, elementi cardine che trasformano l’assistenza in un atto di amore e riconoscimento dell’altro. Partendo dai riferimenti evangelici e dalla parabola del Buon Samaritano, il testo esplora come la compassione non sia riservata a pochi eletti, ma rappresenti una chiamata universale alla quale nessuno può sottrarsi. Un percorso che tocca anche esperienze concrete nel territorio reggino, come il progetto “Camici Gialli” all’interno del Grande Ospedale Metropolitano, e testimonianze di vita vissuta che dimostrano come la prossimità possa generare speranza anche nelle situazioni di maggiore difficoltà.

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L’identità del credente e la cura degli scartati

“Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella” Agli emissari di Giovanni, che gli chiedevano se fosse Lui il Messia atteso, Gesù dona la carta d’identità di ognuno di noi. E siccome solo Lui poteva manifestare la compassione ai malati guarendoli, con la parabola del buon samaritano Gesù provvederà poi a spiegarci come possiamo noi farci prossimo dei sofferenti che incontriamo sulle strade delle nostre vite.   In altri termini, non abbiamo via di scampo: o dedichiamo tempo e impegno ai malati, ai sofferenti e agli scartati o siamo fuori dall’amore di Dio. Ma non tutti siamo sacerdoti, e non tutti abbiamo tempo da dedicare al volontariato per i malati e i poveri. E allora? E allora, la risposta arriva ancora da Lui. “Lo guardò e lo amò” è l’inizio della relazione di Gesù con gli altri. A nessuno di noi è chiesto di dismettere i panni del professionista super impegnato, e di successo, del padre di famiglia che non sa come sbarcare il lunario, delle persone cosiddette “comuni” che vivono la propria vita “tranquillamente”: senza scossoni e slanci. A ognuno di noi è chiesto di guardare le persone con gli occhi del cuore che ama.  

Uno sguardo che supera l’indifferenza

È lo sguardo del samaritano, che vede ciò che gli altri non vedono. Non vedono perché rinchiusi nella contemplazione della propria vita, nella preoccupazione esclusiva dei propri bisogni, nei desideri delle felicità umana (o disumana?) del possesso e del denaro, del successo e della notorietà. A tutte queste persone Dio dona i malati e i poveri, gli scartati e i sofferenti, per ricordarci che senza l’amore non c’è vita, senza la compassione non siamo noi stessi. E se non siamo noi stessi non possiamo essere felici: se non amiamo, i malati siamo noi.   “Mi ami tu Pietro?” Dal figlio in difficoltà, che fa fatica e riconoscersi e ad accettare la vita, al malato che ci soffre accanto in famiglia o fra gli amici, dal soffrente per qualsiasi causa che incontriamo per strada, o nel condominio, è questa la domanda che Gesù ci rivolge. È una domanda decisiva per la nostra felicità. Impariamo a riconoscerla nel volto dell’altro, nei suoi silenzi, nei suoi pianti, nei suoi dolori dell’anima e del corpo. Promuoviamo in noi la prossimità, lo sguardo che vede oltre: non temiamo di avvicinarci a chi soffre.  

L’impegno dei giovani Camici Gialli al Gom

Come non lo temono gli studenti del progetto “Camici Gialli”, creato dalla CEI per i giovani che desiderano avvicinarsi alle professioni mediche: per prepararsi a riconoscere nel malato una persona che soffre piuttosto che una cartella clinica da compilare e consultare. Nella nostra diocesi tra questi giovani “camici gialli” vi sono persone gravemente disabili, con i quali i malati del GOM che sono in condizione di farlo dialogano quasi con gioia.  

Una testimonianza di accoglienza concreta

Mi sono trovato una domenica nella mensa dei poveri di una parrocchia di Milano. Visto che ero lì occasionalmente, i volontari mi hanno invitato a stare al tavolo con i commensali per parlare con loro. È così che mi accorgo di una bambina. Cosa ci fa qui quella bambina? Chiedo a chi mi sta accanto, e scopro che chi mi stava accanto era anche la persona che poteva darmi la risposta: ah quella, l’abbiamo fatta nascere noi. Cioè?  La mamma non la voleva, sapeva di non poterla crescere, e allora noi abbiamo trovato un lavoro a suo marito. E cosi è nata la bambina.   Malati che aiutano malati, poveri che aiutano poveri. Farsi prossimo è possibile a chiunque. Non abbiamo scampo!

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